Elezioni: il Pd
va a sbattere
se sta ancora fermo

Pensare che se tornasse sulla Terra, Carlo Marx ne troverebbe di lavoro da fare, perché un po’ di bisogno di sinistra ci sarebbe eccome. Meglio precisare subito che si tratta di un paradosso, prima che salti su quello che dice: “ma che lavoro, che anche quando era vivo non ha mai fatto un tubo in vita sua!!”. Perché l’andazzo, ragazzi è questo. Lo ribadisce il voto dei ballottaggi che segue a ruota tutti gli altri a partire non solo dal 4 marzo ma addirittura dal 4 dicembre 2016, la fatal domenica del referendum sulle riforme che l’incauto e presuntuoso Renzi si intestò e finì come quello che si butta in acqua con due incudini nelle tasche. Ciò che si palesa ogni volta che si aprono le cabine elettorali è un paese esausto, spaventato, rancoroso in cui, senza mancare di rispetto a nessuno, l’unico organo vitale che sembra funzionare è la pancia, forse perché sempre più vuota è quindi costretta a dedicarsi ad altri cimenti rispetto alla propria “mission” naturale.

Matteo Salvini, il lombardo sta per cingere anche la corona di Granduca di Toscana, storica ex Regione rossa fin dai tempi in cui furono istituite le Regioni medesime e anche prima. Terra punteggiata di Case del Popolo e Feste dell’Unità che erano un Paese di Bengodi, ora la più rinascimentale delle terre italiche si avvia a una nuova vita politica di segno leghista. A parte Firenze (per ora) e pochi altri, i capoluoghi di provincia non sono più governati dal Pd. E persino in Emilia si sono sgretolate roccaforti come Imola da sempre amministrata dal Pci e dei suoi eredi e, passata ai 5Stelle. In Lombardia, dopo Sesto San Giovanni è caduta un’altra icona rossa, Cinisello Balsamo, culla degli operai che distinguevano la loro fabbrica dal fumo della ciminiera e in Piemonte perfino l’Ivrea di Adriano Olivetti, di Franco Ferrarotti e del movimento comunità , ha scaricato per la prima volta la sinistra.

Per il Pd è più di un terremoto. E la Toscana ne è l’emblema. Perché lì come in Emilia per anni hanno fatto finta di credere alla rivoluzione e alla seconda ondata (e per questo da Botteghe Oscure li occhieggiavano sospettosi) per poter costruire modelli di buon governo stra premiati dai cittadini. La globalizzazione e la crisi hanno travolto argini che sono diventati con il tempo sempre più fragili. Ma quest’ultima ondata (l’unica che è arrivata davvero) ha spazzato via le ultime illusioni da ridotto valtellinese che tenevano accesa la fiammella del Pd.

Un partito paralizzato da un anno e mezzo che sembra davvero avviato verso un percorso terminale. A meno che non accada qualcosa. Perché la partita politica potrebbe anche riservare qualche inaspettato tempo supplementare. Serve però una squadra in grado di stare in campo non come ora che non tocca palla. Perché se Salvini, legittimamente, è stato il più svelto di tutti a capire la pancia del paese (la velocità oggi in politica è molto, come sa bene l’altro Matteo) bisogna tenere presente che la pancia è mobile più della donna dell’opera del Rigoletto e si lascia conquistare con facilità.

Dice: forse sarebbe meglio pensare alla testa. Ma questo bisogna farlo presente agli elettori o forse ai politici che hanno contribuito a questo stato di cose.

Adesso per gli scampoli rimasti del Pd è il caso di richiudere i sacchetti di pop corn e di interrogarsi sull’evoluzione della politica italiana che, i ballottaggi lo hanno confermato, si avvia sulla strada del dualismo populista tra Lega e Cinque Stelle e taglia fuori tutti gli altri concorrenti, in primis gli agonizzanti partiti che hanno monopolizzato gli ultimi dieci anni, il Pd appunto e Forza Italia. Ora. Senza attendere il congresso del 2019 e rischiare che le elezioni europee siano il meteorite che determina l’estinzione definitiva, occorre attrezzarsi per trovare una linea convincente e alternativa a quella della maggioranza di governo per infilarsi nei varchi che si faranno sempre più larghi delle sue contraddizioni. È’ questo forse non è così difficile. Poi serve un condottiero perché dopo Renzi, ora impresentabile, è stato il diluvio universale. E qui la faccenda si fa più spessa. Visto che i partiti, intesi come forme tradizionali, non esistono più e perciò non selezionano più classe dirigente (la Lega è l’ultima eccezione, i 5Stelle vivono di coptazione e web) si potrebbe partire dagli amministratori locali. Un colpo in questo senso lo ha battuto Giuseppe Sala, il sindaco di Milano, con la sua tavolata solidale in cui è stato servito un menù piccante di risposte alla politica del ministro degli Interni. Ma Sala, che ha il torto di venire da destra, è mal visto da una parte del Pd. E invece proprio le sue origini potrebbero rappresentare un valore aggiunto, anche alla luce dell’idea di Calenda che vuole andare oltre il Partito democratico. Una proposta che spacca. Però adesso non c’è più tempo per perdersi nelle solite divisioni. Occorre capire in fretta che direzione si vuole prendere. Restare ancora fermi significa andare a sbattere.

@angelini_f

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