Coronavirus, per i frontalieri
niente rientro a casa
«Meglio se restano in Ticino»

La lettera dell’Aiti alle imprese associate per prevenire il rischio “zona rossa”

«I frontalieri? Se possibile restino in Canton Ticino». L’invito - formalizzato attraverso una e-mail inviata giovedì agli associati - è dell’Aiti (Associazione industrie ticinesi). Il concetto è semplice: il telelavoro da solo non basta o quantomeno non copre tutti i segmenti produttivi, come facilmente immaginabile. E così l’Aiti ha pensato di giocare d’anticipo, invitando le aziende - nel pieno dell’emergenza coronavirus - a «chiedere soprattutto al personale che ricopre ruoli strategici o indispensabili proveniente dalla vicina Italia di risiedere per un periodo sul territorio svizzero qualora non fosse possibile rientrare materialmente al proprio domicilio per decisione dell’autorità estera».

Il concetto è legato in primis al destino delle cosiddette “zone rosse”, che renderebbero di fatto impossibile raggiungere dalla Lombardia il luogo di lavoro. Il tutto è comunque legato ad un altro obbligo, per i frontalieri e cioè quello di rientrare al domicilio almeno una volta alla settimana in base a quanto statuisce il permesso di lavoro. Il tam tam si era già diffuso da qualche giorno, tanto che sui social alcuni frontalieri ben prima che fosse resa pubblica la mail dell’Aiti avevano parlato di inviti a non lasciare il Ticino in caso di nuova stretta sulle zone gialle (con inasprimento delle restrizioni sino a trasformarle in zone rosse). Qualcuno si è già portato avanti, altri invece hanno affermato attraverso i social che “se serve si può fare”.

Altri ancora invece hanno chiesto lumi «su chi pagherà i costi del soggiorno in Ticino», tenendo conto anche dei canoni d’affitto particolarmente elevati. Il tema è di stretta attualità e l’Aiti ha anche fatto sapere alle aziende di aver sollecitato il Consiglio di Stato «a mantenere i contatti con la Lombardia e il Piemonte, allo scopo di essere informati tempestivamente su eventuali decisioni che dovessero prendere le autorità italiane».

Verrebbe da dire che ancora una volta nessuno chiama in causa la Regio Insubrica, creata per aprire un canale di dialogo tra territori confinanti, ma di fatto mai chiamata in causa nelle occasioni che contano. Al domicilio causa restrizioni al di qua del confine, c’è anche il tema del telelavoro che tiene banco in Canton Ticino. Oltre 30 aziende avrebbero già deciso di percorrere questa strada, limitando così gli spostamenti in primis dei lavoratori frontalieri. Ne frattempo, si guarda a Bellinzona che attraverso il presidente del Consiglio di Stato, Christian Vitta, ha promesso “di non lasciare soli gli imprenditori”. E anche il Canton Grigioni, altro Cantone che confina con il Comasco, ha deciso di sposare la causa del telelavoro, ove possibile. La situazione resta in divenire. Da segnalare che alcune imprese stanno anche facendo i conti con il calo delle esportazioni verso la Cina. Un dato su tutti: Cina, Giappone e Hong Kong rappresentano il secondo interlocutore in fatto di esportazioni per l’economia ticinese. 
Marco Palumbo

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