Questo signore ha scritto  un brutto libro
Paolo Cognetti, 39 anni, è l’autore del premiato “Le otto montagne” (Einaudi)

Questo signore
ha scritto

un brutto libro

Il critico Gian Paolo Serino stronca il romanzo premio Strega (“Le otto montagne”) e invita lo scrittore Paolo Cognetti a incarnare il Franti (e non il Garrone) della letteratura

Un romanzo da libro cuore ma almeno Edmondo De Amicis ha formato più generazioni. Cognetti, che sino a pochi anni fa conoscevo come il Franti della letteratura, al massimo ha vinto l’edizione di quest’anno del Premio Strega 2017 (i premi di solito sono riservati ai cavalli e ai collezionisti di francobolli). Ha vinto anche lo “Strega giovani”. Il suo libro “Le otto montagne”, dicono dalla sua casa editrice Einaudi, è in corso di traduzione in trenta Paesi nel mondo. Appartiene alla stessa “famiglia” Einaudi di Nicola Lagioia che trionfò due anni fa con il romanzo “La ferocia”. Cognetti, però, non raggiunge le stesse “vette” narrative di Lagioia e questo, almeno, è il suo vero premio. Lagioia, ad esempio (ma sono tantissimi e per citarli tutti occorrerebbe una pagina) scrive: «Aveva più di trentanni ma sicuramente meno di venticinque»: ma cosa significa? Oppure: «Tagliava a pezzettini le aspettative di vita»: come si fa a tagliare a pezzi la vita? Mistero.

Successo senza misteri

Nessun mistero, invece, per il successo di Cognetti, un successo preconfezionato da mesi di marketing: basti leggere la prima pagina che, subito, il lettore prende in mano il fazzoletto, con la storia dei genitori: la madre cresciuta nel mondo contadino veneto e il padre cresciuto da orfano di guerra.

Subito a pagina quattro, scrive con termini di montagna per mia ignoranza incomprensibili, ma già l’esperto di storia alpina o di passeggiate gongolerà. Poi i genitori partono da emigrati a Milano, negli anni Settanta, all’ultimo piano di un palazzone in periferia, mentre la madre ottiene un posto di assistente sanitario delle case popolari, il padre «faceva il chimico in una fabbrica di diecimila operai agitata da scioperi e licenziamenti». In sintesi: Cognetti diventa Garrone e addirittura «la fabbrica è agitata da scioperi»: per dire che, in questo libro, ogni parola è studiata per non scontentare nessuno. “Agitata” è il termine più morbido al mondo per raccontare quegli anni di piombo, ma Cognetti-Garrone non vuol ferire nessuno, lettori di destra e di sinistra basta che facciano classifica.

Come Heidi e Peter

Con una prosa da Sussidiario delle elementari, nelle pagine successive da libro “Cuore” diventa la storia di Heidi e Peter. I suoi trovano una casa a Grana, paesino della Valle d’Aosta ai piedi del Monte Rosa, solo che i protagonisti sono due ragazzini. Una storia omosessuale? Cognetti vuole attirare anche i sostenitori delle pari opportunità? Una storia di pedofilia con l’orco delle “Otto montagne”? Macchè: niente svolte. La classica storia di formazione, con voli pindarici, tra il ragazzo di città e il ragazzo di montagna rinsaldata dalla scoperta di valli, alpeggi, torrenti. Mentre tutta una generazione si riempiva di Girelle e Buondì Motta, merendine sintetiche per palati ragazzini e lo stomaco di Fanta e Coca Cola, il vecchio bambino saggio Cognetti inerpicava già su su per i monti bevendo latte appena munto dalle stalle, in un paesino che, sottolinea l’autore, «nel 1986 contava 14 abitanti e molte baite abbandonate». Un giallo tra i monti? Macché. Nessun omicidio: Cognetti bambino saggio non diventa il primo bambino detective nella storia del giallo italiano (anche perché il suo compagno di banco Andrea Camilleri con una folata di fumo potrebbe ridurre in fiamme il progetto di scalata classifica della holding Cognetti-Lagioia-Einaudi), ma il primo che, dopo un’inerpicata in montagna, anziché gridare al padre «Ho fame, tira fuori i panini dallo zaino», si ferma sulle cime innevate a pensare e pensare e pensare per trarre conclusioni che Mauro Corona avrà avuto a un anno dopo la sua prima sbronza quando già aveva la barba lunga, la bandana e al posto del biberon una birretta: pagina 36 «Da quassù sembra tutto piccolo, vero?».

Il giovane Siddartha

Poi passano le pagine come passano gli anni: il padre è morto e ha lasciato al protagonista una baita in eredità. È tutta da rifare, ma il giovane Siddartha dei monti, con spirito d’iniziativa ed energia da nonno di Heidi, si lancia nell’impresa di ricostruire la baita, con l’aiuto gratuito del suo amico Bruno, nel frattempo diventato muratore. Intanto Cognetti, per non perdere il lettore tra cazzuola e materiali idraulici, infila senza citarle perle di saggezza di Thoreau, Twain e soprattutto di Anacleto Verrecchia, autore di quel “Diario dal Gran Paradiso” edito da Fogola, editore in Torino, che avremo letto in cento (tra cui Cognetti) perché è un capolavoro immenso scritto dal giornalista culturale de “La Stampa” e tra i massimi studiosi europei della vita di Nietzsche.

Tranquilli nessun “superuomo” o teoria filosofica troppa impegnativa, ma solo un Cognetti che sfodera una cripto-eruduzione, continuando con il suo romanzo da sedia a dondolo perché, bisogna ammetterlo, la lettura di “Le otto montagne” è ideale per il freschetto delle baite montane, ma con la luce a gas, la tovaglia di plastica a quadretti, le carte della briscola sorseggiando con moderazione un Genepi, liquore tipico della Valle d’Aosta, mentre mosche e tafani riempiono le tazze di latte affogando, almeno loro, nel liquore di erbe. Ed eccoci sprofondare nuovamente nel Garrone-Cognetti che ci racconta, nella terza parte del libro, dei viaggi in Nepal a seguito di associazioni no profit, sino a un finale che non svelo per la sorpresa (che non c’è). Paolo Cognetti - sia lode comunque agli uomini di fama - per vendere più di 50.000 copie in Italia ed essere da mesi in vetta alla classifica dei più venduti, mutato in un geniale ingegnere della scrittura. Tutto il mio apprezzamento a Cognetti, questo Jovanotti della narrativa, un Mauro Corona senza corona e senza spine che preferisce gli allori, questo cantastorie senza una storia se non uscita dalla fucina della macchina editoriale Einaudi (implacabile), alleva amicizie ben coltivate (il vero scrittore, come Michele Mari, non scrive, s’incazza sul foglio pur con somma eleganza), questo Gino Strada di “Emergency” della narrativa italiana che viene incontro a lettori abituati alle “merendine” di Camilleri.

Nessuna traccia

Un romanzo che non lascerà tracce, come “La ferocia” di Nicola Lagioa, ma che è segno dei tempi. La colpa non è mai di chi scrive, ma di chi legge. La colpa e’ nostra, ingannati da “radical flop” diventati scalatorini da classifica che qualsiasi amante dei rifugi del Cai troverà un’avvilente lettura. “Le otto montagne” vale una montagna raccontata da Matteo Righetto in “L’anima della frontiera” (Mondadori), dove le ferite della montagna istillano pensieri, dubbi, divertimento: senza eco-furberie da associazione a delinquere di stampo immaginario.

Cognetti, glielo auguro da suo estimatore, spero che rompa il vetro dei compromessi e ritrovi la sua indubbia vena narrativa e umana che l’ha sempre caratterizzato. Insomma, che torni Franti in un esercito di Garroni.

Questo articolo è uscito in “Stendhal”, sezione culturale de La Provincia di Como, Lecco e Sondrio, sabato 12 agosto. In “Stendhal” ogni giorno ispirazioni per cultura, intrattenimento, opinioni, vita

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Commenti (5) Regolamento Commenti: Prima di commentare gli utenti sono tenuti a leggere il regolamento del sito. I commenti che verranno ritenuti offensivi o razzisti non verranno pubblicati e saranno cancellati. Accedi per commentare
Molteni Massimo scrive: 15-08-2017 - 18:14h
Prima Camilleri, ora Cognetti: legittimo il diritto di critica, ma cosa non si scrive pur di apparire nel panorama degli stroncatori. Meno livore signor Serino, vedrà che anche il suo stile migliorerà
Roberto Tomasi scrive: 14-08-2017 - 21:43h
Ho letto anch'io il romanzo, dopo aver letto parecchie recensioni dei lettori, per orientarmi prima di acquistarlo e francamente ho trovato quello che era stato descritto, cioè un racconto scorrevole, nel quale si descrive con evidente cognizione di causa la montagna e i suoi paesaggi, nonché i sentimenti che suscita in chi l'apprezza (come me). Non mi sembra che l'autore abbia voluto presentarlo come chissà quale capolavoro (tanto che nel risvolto di copertina si limita a dire che si tratta di una storia che parla di due uomini e una montagna). Forse non meritava il premio Strega, però definirlo un brutto libro mi sembra alquanto ingeneroso, né comprendo il tono caustico e astioso di questa critica; non sorprende quindi che susciti l'idea che sia mossa da invidia. O forse oggi bisogna usare questi toni livorosi per "fare audience". Sarà, però direi che se questo è un brutto libro, la relativa critica lo segue a ruota, anzi direi che l'allievo supera abbondantemente il maestro ...
luca boselli scrive: 13-08-2017 - 22:31h
Se Einaudi fosse ancora quella de " I Quaderni" capirei il contendere da derby tra padri nobili inquilini di Quarinale o pregiudicati "da(l) carcere". Ma non essendo così si sente qualcosa di personale.
M P scrive: 12-08-2017 - 18:25h
Io l'ho letto e ho letto anche questa critica. Certo lo stile della critica è pieno di acredine e può indurre a pensare ad invidia. In realtà, benché lo "Strega" non sia il Nobel ci si aspetterebbe nell'opera vincitrice qualcosa di meglio, qualcosa che sorprenda un poco il lettore. Almeno nella strutturazione del testo. Oddio, se pubblica è vien letta Banana Yoshimoto e addirittura c'e gente che non si vergogna a promuovere in ogni sagra e fiera paesana il proprio "libro" che persino nel titolo è un copia incolla della testata di un quotidiano ... ci sta pure sto tizio! (Per ora riprendo in mano "Cannibali e re", e poi tanto per rilassarmi "Pian della Tortilla". "Il peso della farfalla", lo leggo e lo rileggo...e ci trovo sempre qualcosa di nuovo. Accetto suggerimenti!
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