Calenda, il Cavaliere e la mossa del cavallo

La mossa del cavallo contro il Cavaliere. Negli scacchi questa strategia è la metafora di un’iniziativa tanto abile quanto inattesa. E potrebbe essere questo il senso la stampella offerta dal Terzo Polo, latore Carlo Calenda, a Giorgia Meloni. Una che, in apparenza, avrebbe già la possibilità di stare in piedi da sola sulle tre solide gambe parlamentari rappresentati da FdI, il suo partito, dalla Lega e da Forza Italia. Ma mentre con i primi il premier può andare sul velluto (e ci mancherebbe), altra è la musica che arriva dagli alleati, al di là delle rassicurazioni di facciata e delle disarticolazioni interne, specie per quanto riguarda la Lega. In questo gioco di specchi deformi si è infilato con abilità e spregiudicatezza il veliero corsaro di Calenda e Matteo Renzi che punta a colpire e affondare Forza Italia per conquistarne gli elettori oltre che i pezzi di partito in fuga. Una provocazione quasi sfacciata quella dell’ex ministro quando, dall’opposizione, ammonisce gli azzurri a non sabotare la maggioranza. Ci è cascata con tutte le scarpe Licia Ronzulli, capogruppo al Senato del movimento del Cavaliere che ha replicato in maniera fin troppo stizzita. Primo siluro andato a segno, avrà pensato Calenda.

Se la memoria del pesce rosso non andasse così di moda dalle nostre parti, magari qualcuno potrebbe cogliere la contraddizione tra l’appoggio a Meloni sulla manovra e non solo del Terzo Polo e la spassosa conversazione di Renzi di qualche giorno fa con “La Stampa”, in cui l’ex presidente del Consiglio si vantava di essere quello che fa cadere i governi (ne ha già tre almeno nel suo cursus honorum) e profetizzava la fine di quello attuale a ridosso delle elezioni europee del 2024. E forse questa è stata l’unica affermazione sincera di tutto il coté. Potremmo essere al cospetto di una raffinata tattica di opposizione che consiste nel blandire l’ingenua Meloni, provocare Forza Italia che magari alla lunga potrebbe sfilarsi dalla maggioranza (si sa quanto Berlusconi ami l’unico esecutivo di centrodestra non guidato da lui) e allora far mancare la stampella peraltro non sufficiente a sostituire quella azzurra, salvo migrazioni di parlamentari tutt’altro che da escludere.

Da lì poi tutti i giochi sarebbero aperti con una sola certezza: che a dare le carte sarebbero Calenda e Renzi. Perché nel Pd non ci sarà più Enrico Letta, nemico giurato dell’ex sindaco di Firenze che, da segretario del partito lo fece sloggiare da palazzo Chigi. E allora anche con i Dem si potrebbe ragionare a patto che si stacchino una volta per sempre dai Cinque Stelle. Giorgia Meloni farebbe perciò bene a non contare troppo sul Terzo Polo per tener buona Forza Italia. Che peraltro è il vero obiettivo dei terzopolisti in ascesa nei sondaggi e davanti agli azzurri e alla Lega. A ben pensarci potrebbe essere un film già visto con la fine del governo Draghi, con Calenda e Renzi pronti a accogliere quei forzisti, in testa Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, contrari alla decisione di Berlusconi o di chi per lui di togliere l’appoggio al banchiere prestato alla politica. Del resto, l’obiettivo ultimo della mossa del cavallo è sempre lo scacco al re.

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