La Libertas ammaina la bandiera: Monguzzi smette

Personaggi «Oggi posso smettere di giocare a pallavolo felice, consapevole di aver realizzato quello che mi ero prefissato».

È una lettera carica di sentimento e passione quella con cui Dario Monguzzi, il capitano della Pool Libertas Cantù, ha annunciato il suo ritiro dalla pallavolo giocata al termine di questa stagione.

Quarant’anni a luglio, da 19 stagioni a Cantù, Monguzzi ha deciso di dire basta con il volley d’alto livello, una decisione figlia della consapevolezza che «non è più possibile continuare a rimandare questa decisione consumando la frase “gioco ancora un anno e poi basta”».

E, di conseguenza che, seppur a malincuore, la Coppa Italia attualmente in corso coinciderà con le sue ultime apparizioni nell’A2 della pallavolo nazionale.

«Il tempo e le priorità – scrive il capitano canturino - cambiano per tutti ad un certo punto della vita. Avevo 21 anni quando ho varcato per la prima volta la porta del palazzetto Parini a Cantù. Da quel momento, l’unico mio desiderio è stato quello di arrivare in serie A e diventare un giocatore di categoria. Oggi posso smettere di giocare a pallavolo felice, consapevole di aver realizzato quello che mi ero prefissato».

In quasi due decenni, il centrale numero 3 della Pool Libertas ne ha vissute un po’ di tutti i colori. Dalla prima promozione in A2 alla successiva, repentina, retrocessione, dalla finale playoff alla Supercoppa soltanto accarezzata, nel mezzo ci sono stati playoff, playout e coppe a condire il tutto.

«Sarò sempre grato a questa società, al presidente Molteni che ha creduto in me, agli allenatori che mi hanno fatto crescere come atleta e come persona, facendomi coronare quel sogno. Ripenso a tutto quello che ho vissuto: gioie e dolori, promozioni, retrocessione, playoff, playout, anni di serie B e anni di serie A. Penso a tutti coloro che sono entrati nella mia vita perché compagni di squadra, staff medico, dirigenti, collaboratori e volontari, che hanno contribuito al mio percorso di crescita. Spero di essere riuscito a trasmettere il mio senso di appartenenza e aver restituito almeno una parte di tutto quello che ho ricevuto», prosegue.

C’è, e non potrebbe essere altrimenti, un pensiero per coloro che hanno sostenuto la squadra, per la famiglia e per un mondo, quello della pallavolo, che a un certo punto sicuramente gli mancherà.

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