«Papà, minacciato dal terrorismo soffrì la mancata rielezione»

L’intervista Nel 1985 socialisti e democristiani elessero Simone - ricorda Lorenzo Spallino -. Mio padre rimase comunque in consiglio, anche allora era stato il più votato. Ai tempi dell’Icmesa di Seveso viveva sotto scorta. Lo videro commosso in una sola occasione»

Il giardino è accovacciato sulle mura, tra i più belli di via Volta. L’acero che sta al centro del prato è giapponese, non si può potare («morirebbe») e ha duecento anni, sinuosi e bitorzoluti come le storie d’amore di certi padri e di certi figli. «Non è stato sempre facile - conviene Lorenzo Spallino -. Per un ragazzino di 14, 15 anni essere il nipote del ministro e il figlio del sindaco poteva rappresentare un problema. Ho avuto un padre dalla personalità complessa, che in casa c’era poco, e che coltivava mille interessi. Ma che ha saputo anche essere un genitore attento e presente. Uno che alla fine ha lasciato a tutti noi il tempo e lo spazio per coltivare i nostri interessi e per raggiungere i nostri obiettivi».

Partiamo da lontano, avvocato. Lei porta il nome di suo nonno, sottosegretario e ministro, nonché a sua volta avvocato, morto in un incidente d’auto nel 1962. Cosa ricorda di lui?

Ero piccolo, non ho ricordi del nonno. So che quel giorno tornava da Roma in treno, e che a Milano lo aspettava il suo autista preoccupato perché sua moglie, a Castellanza, stava per partorire e non si era sentita bene. Il nonno lo congedò dicendogli di correre a casa. Poi si mise al volante. A Saronno ebbe un colpo di sonno, perse il controllo dell’auto e morì.

All’epoca suo padre era già impegnato in politica?

Nel 1962, se non sbaglio, era già assessore. Aveva rinunciato alle olimpiadi di Roma per una serie di contrasti con il presidente della Federazione, e questo benché lui e Mangiarotti fossero campioni del mondo in carica.

Sindaco dal 1970.

Sì, dal 1970 al 1985, quando decise di rimanere in consiglio nonostante la mancata rielezione. Una cosa che compresero in pochi.

Ne soffrì?

Parecchio. Anche perché con 7500 preferenze era risultato il più votato tra tutti i consiglieri, e all’epoca si trattava di preferenze secche.

Perché rimase in consiglio?

Immagino che sia stato perché gli piacevano le sfide. Non avrebbe mai tollerato di dare a vedere l’amarezza che in effetti provò. E poi restare fu anche una forma di rispetto nei confronti di chi gli aveva rinnovato la fiducia. Nel suo archivio custodiamo ancora le lettere dei tanti comaschi che gli scrissero indignati per la mancata riconferma.

Il motivo per il quale non era stato rieletto?

Il consiglio votò sulla base di un accordo tra Democrazia cristiana e Partito socialista perfezionato prima a Roma poi a Milano. Come noto, gli succedette Sergio Simone.

Che rapporto aveva Antonio Spallino con il partito?

Difficile, direi. Papà faceva parte di una corrente della Dc che al tempo non andava per la maggiore, quella dei democristiani di sinistra, i cosiddetti “dorotei”.

Questo non gli impedì di ricoprire ruoli anche di un certo peso, come quello di commissario per la diossina di Seveso.

A indicarlo fu Cesare Golfari, l’allora presidente della Regione, che gli voleva molto bene. Gli disse: «Nino, serve uno come te, che sappia parlare con la gente». Per lui fu un’esperienza importantissima. A Seveso si portò anche Antonio Tagliaferri, il suo capo di gabinetto. Peraltro fisicamente si assomigliavano un po’, per cui capitava spesso che Tagliaferri uscisse a bordo dell’auto di papà seduto sul sedile posteriore, un modo per confondere i giornalisti che lo aspettavano.

Forse non solo i giornalisti.

In effetti all’epoca c’erano stati anche diversi problemi di sicurezza. A Milano, in un covo delle Brigate rosse, proprio in quel periodo era stato rinvenuto un ciclostile destinato a un utilizzo interno all’organizzazione in cui si parlava di Antonio Spallino come di una figura di primo piano della Democrazia cristiana,in quanto commissario per il disastro dell’Icmesa di Seveso. La Digos glielo fece avere e papà lo nascose, tanto che non trovammo mai più. Pretese che non se ne facesse parola con nessuno. Poi per un periodo si mosse sotto scorta. Anche mio fratello per un po’ andò a scuola sorvegliato a distanza dalla Digos. Del resto erano anche gli anni dei sequestri persona.

Come mai non accettò mai alcun incarico politico né a Milano, in Regione, né a Roma?

Aveva troppi interessi, non avrebbe mai potuto lasciare il suo studio di avvocato, la sua città. Papà mantenne molti dei suoi impegni professionali anche negli anni dei mandati da sindaco. La sua fortuna fu l’avvocato Fagetti, suo socio, che nella conduzione dello studio gli fu sempre di grandissimo aiuto.

Secondo lei c’è una ragione per la quale la sua memoria è ancora così viva tra i comaschi?

Guardi, disse bene un giorno l’architetto Cosenza: mio padre non era un modello, non lo fu mai; questo perché la gente capiva che non avrebbe potuto essere come lui. Oggi il livello della politica è più basso, l’elettore si riconosce e si identifica in questo o quel leader, come dimostra il fatto che il dibattito sia ormai impossibile, perché criticare un politico significa criticare i suoi supporter, confrontarsi con la “pancia” di chi si identifica in lui, e basta guardare i social. Ecco, papà non era un modello, nessuno ambiva a essere come lui, non c'era questa personalizzazione. Erano davvero tempi diversi, in cui gente come lui o come Mino Martinazzoli, tanto per citare un esempio, erano semplicemente visti come persone che possedevano le caratteristiche che doveva possedere chi rivestiva cariche pubbliche.

In compenso, nonostante questa “distanza”, era un uomo di grande disponibilità.

Lo dimostra il suo epistolario. Rispondeva sempre a tutti. Era attento, puntuale. La mattina usciva di casa a piedi. Annotava i punti in cui lungo la strada mancava anche un solo cubetto di porfido, poi chiamava il ragionier Tagliaferri che attivava lo stradino. Viveva giornate interminabili, anche perché all’epoca i sindaci facevano davvero di tutto, fino a firmare le autorizzazioni per le ferie dei dipendenti. Mario Lucini qualche anno fa mi raccontò di una sera in cui suo padre, che lavorava all’ufficio tecnico del Comune, incontrò il sindaco a un orario impossibile, a notte fonda, dopo uno di quei consigli comunali interminabili, ché all’epoca non si chiudeva mai a mezzanotte. Beh, mentre stava uscendo in auto dal palazzo papà lo vide, abbassò il finestrino e lo rassicurò: «Lucini, stia tranquillo: non mi sono dimenticato delle sue ferie». Non ricordo una sua reazione scomposta, un atteggiamento scostante nei confronti di chicchessia, anche nei momenti di maggiore tensione. Qualche collega avvocato, non ricordo più chi, mi raccontò di un consiglio comunale in cui alle tre di notte, dopo avere raccolto le obiezioni di tutte le minoranze, papà dichiarò di non potersi ritenere depositario della verità, e che per questo se ne sarebbe tornato a casa con tutti quei dossier per studiarli a fondo e per riconvocare quanto prima il consiglio. Difficile oggi trovare la stessa disponibilità.

Secondo lei la sua lezione politica è ancora viva?

Il mondo, da allora, è molto cambiato. La mia sensazione è che non si sia imparato nulla. Restano senz’altro le cose che ha fatto, che poi sono le uniche che abbiamo ancora oggi, visto che dopo di lui non si è fatto moltissimo: la Comodepur, San Francesco, il Setificio, il Centro Volta. Sa che quando divenne sindaco lui il piano regolatore in vigore prevedeva che la città dovesse crescere fino ad accogliere un milione di abitanti?

Da mettere dove?

Dappertutto. La Spina Verde, per esempio, sarebbe stata interamente cementificata. Di quel piano resta giusto l’insediamento di Como Sole. Quella giunta ridimensionò il “prg” abbassando il numero dei residenti e portandolo prima a quota 300mila, poi ancora più giù, a quota 100mila.

Cosa ricorda della pedonalizzazione del centro storico?

Ricordo soprattutto le telefonate anonime a casa, gli insulti, gli improperi, i volantini dei commercianti. E poi i missini, che si dissero pronti a scendere in piazza anche con la sinistra pur di fermare il progetto. Che poi più che un progetto erano due provvedimenti, il primo di una paginetta, il secondo di due.

Cioè?

La prima decisione che la giunta assunse fu quella di chiudere via Bernardino Luini. Tre righe tre: «È sospesa la circolazione veicolare in via Luini». Stop.

Tante proteste.

Certo, tantissime, anche se poi molti di quelli che protestavano dovettero arrendersi. I vigili avevano fotografato tutte le auto posteggiate lungo le vie della città murata e tramite le targhe erano risaliti ai proprietari. Quando i commercianti andarono per l’ennesima volta a protestare a palazzo sostenendo che non potendo più posteggiare i clienti se ne sarebbero andati, mio padre e Tagliaferri tirarono fuori le foto: «A noi risulta che le auto parcheggiate davanti alle vetrine siano soprattutto vostre o dei vostri dipendenti». Nessuno ebbe più nulla da replicare.

Ci furono epiche discussioni anche per l’allargamento del marciapiede di via Milano bassa.

Tutti i negozianti coalizzati anche in quella occasione. Arrivarono in municipio e interruppero una riunione di giunta. Mio padre, ovviamente, li accolse. Stesse rimostranze: erano arrabbiati perché l’allargamento del marciapiede avrebbe comportato una riduzione del numero dei posti auto per i clienti. Le racconto un aneddoto divertente: ritenendo che papà si sarebbe mostrato più accondiscendente con una signora, i contestatori affidarono la conduzione della “trattativa” a una collega commerciante. Che invece per tutto il tempo dell’incontro tacque, con il risultato che il confronto si ridusse a una sorta di monologo in cui parlò soltanto il sindaco. Quando uscirono da palazzo le si scagliarono tutti contro, accusandola di essere stata troppo remissiva. Sa cosa rispose? «L’è n’omm inscì bell...».

La pedonalizzazione del centro andò come volevano suo padre e i suoi collaboratori?

Beh, sì. Era quello a cui ambivano. Tra l’altro il progetto contemplava l’acquisizione da parte del Comune di diversi immobili della città murata, da destinare agli impiegati di Palazzo Cernezzi, alle loro famiglie, e alle famiglie economicamente più deboli. Salvaguardare e incentivare la residenzialità, allora come oggi, significava salvare il centro storico. Fu una scelta che sarebbe ancora molto attuale.

Aveva rammarichi rispetto alla sua esperienza politica?

La Ticosa fu sicuramente un suo rammarico, anche se non ne parlava volentieri. Avrebbe voluto ricavarne un grande centro di studi europei, ma per un progetto come quello sarebbe servito l’aiuto del governo e, forse, anche delle istituzioni sovranazionali. D’altra parte l’alternativa avrebbe potuto essere soltanto di tipo speculativo, vale a dire 200mila metri cubi di cemento. Gli dispiaceva il fatto che chi gli era succeduto non avesse continuato lungo lo stesso percorso. Ma i tempi delle città, diceva, non necessariamente sono i tempi degli uomini.

Non si può dire che non fosse un progetto ambizioso.

Credo che avrebbe apprezzato anche il progetto di Cassa depositi e prestiti, vale a dire l’idea di costruire abitazioni a prezzi calmierati per le tante famiglie che oggi non possono permettersi di vivere in città e che per questo scelgono i Comuni della cintura urbana, da San Fermo a Grandate fino a Maslianico, la cui popolazione continua a crescere, e non a caso. Il saldo demografico regionale è sempre uguale. È il capoluogo che perde residenti.

Suo nonno Lorenzo era siciliano. Che rapporto aveva suo padre con la terra d’origine della famiglia?

Non facile. Papà non sopportava l’idea di vederla così mal ridotta, non tollerava la cementificazione selvaggia, non tollerava gli abusi edilizi. Ai parenti siciliani diceva che soffriva troppo nel vederla a tal punto violata. A Palermo, peraltro, quando ancora tirava di scherma, fu fischiato in occasione di un campionato italiano.

Il motivo?

Amintore Fanfani aveva indicato il nonno come capolista alle elezioni politiche contro la volontà di una parte del partito che sosteneva invece il nome di un altro candidato, tra l’altro vicino ad ambienti in odore di mafia. Papà, a quel campionato, vinse e fu fischiato, ma zittì il pubblico portandosi l’indice alla bocca, un gesto di stizza, di ribellione che non gli era proprio. Da quel giorno non volle mai più fermarsi a Palermo, se non nelle rare occasioni di qualche convegno al quale non avrebbe proprio potuto mancare, e sempre facendo in modo di arrivare e di ripartire in giornata. Per le vacanze, alla Sicilia, ha sempre preferito Ischia.

Non era uomo che mostrasse volentieri i propri sentimenti in pubblico.

Le racconto questo bellissimo aneddoto che mi riferì Maria Castelli, giornalista che gli era davvero molto amica. Lei ricorderà quando nel 1984 fu inaugurato il Monumento alla resistenza europea... Beh, in città venne Sandro Pertini e mentre lo aspettava ai giardini mio padre rilesse alcune delle frasi incise nei marmi del monumento, pronunciate dai bambini. Maria mi disse che fu quella l’unica occasione in cui lo vide commuoversi. Anni dopo, nel 2012, al termine di un consiglio comunale in cui eravamo riusciti ad approvare in extremis il nuovo piano regolatore, incrociai Maria nel cortile di Palazzo Cernezzi. Mi disse un’altra cosa che apprezzai molto: «Voi Spallino non avete futuro. Ricordate alla destra quello che non sarà mai e alla sinistra quello che avrebbe potuto essere e che non sarà mai comunque».

Lei ha mai tirato di scherma avvocato?

Sì, per un po’. Ma poi ho smesso. Non era facile salire in pedana con le foto di papà appese al muro. Ho preferito l’alpinismo. Dove ho fatto meglio di lui.

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