Ismaila: la mia nuova vita oltre l’inferno

La storia Dal Senegal ad Argegno, 5.900 chilometri e quattro anni di viaggio: «Ora finalmente riabbraccerò i miei cari»

Questa è la storia del sogno di Ismaila Sane. Quattro anni, 5.951 km che separano Argegno da Dioudoubou in Senegal e 10 tappe: Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Sahara, Libia, Lampedusa, Sicilia, Como, Argegno.

Ismaila ha 38 anni e il 20 aprile 2013 è partito per l’Italia di nascosto dalla famiglia, «altrimenti non mi avrebbero mai lasciato andare». Cercava un futuro per i suoi cari e quel numero 20 gli ha portato fortuna. Tante volte si è pentito di essere partito, ma non ha mollato. Ha alternato viaggio e lavoro per pagare un sogno da 1.220 euro circa. Il risultato? Un lavoro e due famiglie: una africana e quella dei Turati, del centro nautico Lario di Argegno. Il suo grazie nei loro confronti è così grande che l’ultimo dei suoi tre figli si chiama Giulio, come il capofamiglia Pier Giulio Turati. Ora Ismaila vive ad Argegno dove l’anno prossimo arriveranno la moglie Tida, 32 anni, e la figlia maggiore Awa, 12 anni: «È bravissima a scuola, voglio farla studiare qui. Fanta, 8 anni e Giulio, 2, per ora resteranno in Senegal con mia mamma», dice. Ismaila arriva indossando una maglietta nell’aria frizzante di novembre, Gianna Turati lo nota e gli porge una felpa: «Copriti» lo invita. Le mamme sono tutte uguali, Ismaila ubbidisce sorridendo: «È la mia mamma italiana». Serio in volto racconta il suo “viaggio all’inferno” in un buon italiano. «Nel 2013 in Senegal non c’era futuro, così sono partito di nascosto. Ho chiamato casa dopo un anno, mi pensavano morto.

A nessuno piace fare un viaggio così pericoloso e a nessuno lo consiglierei. Se avessi saputo delle difficoltà non sarei mai partito: in viaggio ho perso anche un amico. Vorremmo prendere un aereo per l’Italia, ma non siamo liberi di muoverci e non abbiamo i soldi. Per uscire dall’Africa serve un visto che il governo non dà: paghi, paghi e non lo ottieni mai». Il viaggio è stato solo in salita: «100 euro per due giorni di bus fino al Mali, lì 3 mesi da lavapiatti per 50 euro per il bus verso il Burkina, ma in questo tragitto ti ferma la polizia: vuole 20 euro per passare tra due città distanti come Cantù da Como, se no non prosegui. Altri 2 mesi di lavoro, poi via verso il Niger, qui 3 mesi di lavoro per i 250 euro per la jeep per la Libia attraverso il Sahara». Deserto uguale incubo: «In 3, 4 giorni si attraversa, ma si viaggia solo con il gps e perdersi è facile: ce ne abbiamo messi 15. Siamo partiti in 210 su 7 auto, siamo arrivati in 90 su 3 auto. Gli altri? Persi e morti. Ho visto persone morire di sete e fatica, è stato terribile, devi abbandonarli lì. Ti porti cibo e acqua, ma se ti perdi non bastano e se cerchi di bere, chi non ha acqua ti assale…».

Libia, da miraggio a calvario: «Mi sono dovuto fermare 2 anni perché mi hanno rapinato due volte i guadagni di 6 mesi e ho ricominciato da capo. C’è tanto lavoro, ma anche tanta violenza. Quando arrivi ti mandano in un centro d’accoglienza, dormi per terra in 200 per ogni ricovero e uno che comanda. Alcuni stanno lì 10 anni perché li rapinano e non hanno mai i soldi per ripartire. Entrano dove dormi e ti sparano se non dai i soldi. A Tripoli ho lavorato 5 mesi per 800 euro per la barca per l’Italia. In Libia ti picchiano senza motivo e se chiedi perché lo fanno di più. Se stai male non ti curano». E poi, la traversata. «Per mesi mi sono svegliato terrorizzato, pensavo di essere ancora sul barcone: tanti impazziscono – prosegue -. Non so nuotare e non avevo soldi per comprare il salvagente. Siamo salpati da Tripoli alle 4 di mattino del 19 giugno 2015: tre barconi, 60 per barcone da 50; mare calmo fino alle 10, poi onde. Un barcone si è spaccato, li ho visti morire tutti. Quando abbiamo chiamato Lampedusa, alle 13, erano in pausa. Ci hanno salvati alle 17». Da Lampedusa la speranza: «Sono stato al centro profughi una settimana, poi in Sicilia e poi il numero 20 che mi hanno assegnato mi ha destinato a Como l’11 luglio 2015. Due giorni alla Caritas e 4 anni al centro di via Borgovico in attesa dei documenti. Volevo rendermi utile, così ho fatto il volontario per 3 anni con la polizia locale. Mi hanno aiutato tutti tantissimo; hanno fatto avere il mio curriculum al centro per l’impiego e nel 2017 i Turati mi hanno assunto. Il 20 novembre (ancora il 20, ndr) torno in Senegal: sto costruendo una casa a mia mamma e mio fratello».

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