Anche se l'autorevole giurista Rodotà l'ha affermato, non ritengo lo ius soli come questione di civiltà, tant'è che la maggior parte degli stati democratici non lo prevedono, senza che siano considerati incivili. Nemmeno è previsto dalla Carta dei diritti fondamentali dell'unione europea, né dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e neanche dalla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Onu. Si discuta pure sull'opportunità, ma senza tirare in ballo argomentazioni senza fondamento giuridico.
Francesco Enrico Speroni
A Rodotà non sono ignote le motivazioni in diritto che rendono legittimo il sì o il no allo ius soli. I vari Paesi adottano questa e altre misure secondo le convenienze del momento. Tale è la ragion di Stato. Poi c'è una ragione diversa, trasversale a tutti gli Stati e a tutte le loro ragioni. È la ragione del buonsenso, dell'accoglienza, della giustizia - per così dire - sentimentale. Ma non solo sentimentale. È la ragione (la civiltà) che ci fa ritenere d'una stessa bandiera qualora sia dato di nascere, vivere, lavorare nello stesso luogo. Fatichiamo a capire perché, in siffatte condizioni, debbano sussistere differenze nel riconoscimento della nazionalità con le conseguenti prerogative.
Riesce inoltre difficile comprendere come altre strade, e non questa, siano giudicate percorribili verso il traguardo d'una opportuna (almeno opportuna, se non doverosa) integrazione. È infine misterioso l'ostracismo a priori inflitto a una discussione sulla materia, che purtroppo viene non da settori sociali ma da versanti politici. Ha ragione (a proposito di ragioni) Speroni: almeno parliamone. Non chiudiamo il discorso prima d'aprirlo.
Max Lodi
© RIPRODUZIONE RISERVATA