
Economia / Como città
Venerdì 21 Marzo 2025
L’informatica è cambiata: fondamentale aggiornarsi
L’intervista Le skills da sviluppare secondo Cosimo Sansalone, responsabile della Divisione Ict di Openjobmetis
Cyber security, data scientist, cloud e programmatori sono i profili oggi più richiesti dalle imprese nell’ambito delle nuove tecnologie. «Il mercato continua ad avere fame di persone in grado di digitalizzare l’azienda, eppure l’80% di pmi ancora oggi non ha Office 365 sul cellulare. Per operare le persone devono poter essere in sede, in azienda, dal sistema centralizzato sia perché non riescono a collegarsi col cellulare sia perché non c’è adeguata protezione verso i collegamenti da remoto. Per non dire di chi non dà apertura ai propri sistemi per paura intrusioni. Tutto ciò tiene indietro il sistema. Oggi continuiamo ad avere richieste di programmatori, che ancora servono. Ma bisogna avere il coraggio di spingere su un po’ di innovazione. Noi lo facciamo», afferma Cosimo Sansalone, responsabile della Divisione Ict di Openjobmetis.
Sentiamo dire che è difficile definire quali saranno le nuove professioni da qui a dieci anni. C’è comunque un punto fermo, un denominatore comune che fin da ora è comunque bene seguire per adeguare la formazione?
Assolutamente sì, a partire dal cambiamento in atto nell’approccio all’informatica. Siamo passati dal vecchio linguaggio di programmazione a stringhe alla programmazione ad oggetti, slegata da un linguaggio specifico di programmazione. Ciò ha contribuito ad abbassare la professionalità e l’esigenza di know how da parte di chi programma. Oggi possiamo prendere un ragazzino, fargli fare un primo corso facendogli studiare un “classico” come Java: senza sapere bene cosa stia facendo, il ragazzo colloca un blocco, una sequenza di comandi, e manda in esecuzione facendo così sembrare che abbia programmato qualcosa. In realtà quel ragazzo non sa cos’abbia fatto, perché tutta l’ingegnerizzazione di quel blocco e la sua capacità di mandare in esecuzione è stata realizzata da un ingegnere del software che continua a lavorare alla vecchia maniera. Perciò noi abbiamo avuto l’informatica che tendenzialmente si è spostata su una manovalanza informatica.
Però così le aziende ottengono l’operatività che a loro serve, ma senza che le competenze delle persone si elevino al passo coi tempi?
Siamo riusciti a spostare la creazione di software settorializzandoli in base alle specifiche esigenze aziendali: ma ci sono persone che fanno un pezzetto di software senza sapere cosa avvenga prima e dopo.
Nell’epoca del 5.0 si riconferma un paradigma cardine del fordismo industriale?
Certo, è il concetto della catena di montaggio trasferito nell’informatica. Sui linguaggi standard (Java e simili) l’ingegnere del software dà la struttura, ed è la figura indispensabile per un’azienda. Non possiamo confondere ciò con l’informatica di chi, ad esempio, in una startup inventa qualcosa o che in un’azienda strutturata permette di analizzare il ciclo produttivo. Dove c’è da mettere conoscenze specifiche abbinate all’informatica c’è bisogno di un livello culturale più alto e un livello di adattabilità al cambiamento altissimo. Ritengo che oggi l’informatica sia divisa fra chi effettivamente farà la storia con i pezzi che scrive e chi procede come operatore.
Cosa non va nell’industrializzazione dell’informatica?
Aver lanciato l’industrializzazione dell’informatica ha fatto anche sì che ci siano ragazzi che pensano di essere dei guru e in realtà sono dei grandissimi operatori. Se spostiamo l’esempio sull’intelligenza artificiale, che deve essere educata, e sulle preoccupazioni che possa togliere posti di lavoro possiamo dire che toglierà tutta quella manovalanza informatica che già oggi non dovrebbe esistere. Tutto ciò che viene fatto con un compilatore, a cui si dà un comando e che procede a compilare in automatico, viene fatto in modo ripetitivo dalla macchina. Ma chi faceva prima quella compilazione non perderà il posto, perché dovrà essere bravo ad istruire il software dell’intelligenza artificiale. Già oggi abbiamo modificato questo approccio. Il consiglio sul futuro è fare in modo che gli informatici di domani siano duttili, che siano persone che non sposano completamente un linguaggio. Solo così ci si può inserire con la formazione nella velocità del cambiamento in atto. Bisogna essere pronti a studiare e ad aggiornare le proprie skill: il fatto comune della formazione deve essere quello di non modificare i fondamentali e di far sì che le persone siano il più possibile inserite nell’apprendimento continuo e costante.
La tecnologia è anche un mezzo da applicare alle produzioni manifatturiere di comparti tradizionali quali la meccanica, il tessile, l’alimentare, l’arredo. Quanto si salverà dell’artigianalità delle produzioni e quindi quanto continueranno ad essere richieste e formate figure che non si intendano solo di tecnologie informatiche?
Il made in Italy prodotto con la cura dovuta e con costi che giustificano tutto il processo continuerà ad esistere ma sarà sempre più dedicato a chi potrà permetterselo. Non tutti possono permettersi scarpe da 350 euro. Finché vorremo che tutti possano avere un certo articolo si ridurrà sempre più l’intervento manuale, abbassando sempre più la qualità media e industriale che abbiamo oggi. Tuttavia oggi non esiste un’azienda che pur continuando a fare l’alto di gamma non abbia abbinato la parte informatica, con la differenza che la persona che sta applicando un certo software deve avere anche la conoscenza del prodotto. Senza la conoscenza della materia non ci sarà mai un prodotto di qualità. Serve il trait d’union dato dal classico analista funzionale che fa il giusto collegamento fra il linguaggio informatico e il linguaggio corrente: data un’idea, la si deve saper trasferire a chi sa scrivere i codici. E’ una figura oggi fondamentale.
Quali sono oggi le nuove professioni che si aprono per i giovani?
Sono quelle legate all’intelligenza artificiale, ma se chiediamo alle aziende quante persone abbiano impiegate in quell’ambito solitamente la risposta è ’meno di una’. Oggi la metà dei corsi della nostra unità è dedicato alla cyber security e l’altra metà è su quella manovalanza informatica legata a quella seconda giovinezza che sta vivendo il linguaggio di programmazione Java Phyton. Accade oggi, ma fino a un anno e mezzo fa avevamo 9 percorsi Java e uno di cyber security, eppure non esiste un’azienda che non debba tutelarsi da attacchi informatici. Due anni fa iniziavamo già a fare qualche percorso di formazione in cyber security e oggi siamo fornitori principali in un centro di formazione enorme e bellissimo di Ibm dove facciamo percorsi dedicati. Collaboriamo con enti con docenza super skillata e proprio perciò abbiamo il 50% di richieste sulla cyber security. Ci piace essere un po’ pionieri. Certo è che il cliente che ci dà quel compito si vincola con noi ad assumere le persone.
Ad esempio?
L’anno scorso abbiamo iniziato a chiedere alle aziende di impegnarsi con noi su dei profili da assumere prima del corso di formazione. Questo ci ha aiutati moltissimo sulla qualità della selezione, perché una cosa è dire a un ragazzo vieni a formarti, studi e se sei bravo ti assumo e altro è verificare le capacità e dirgli ti assumo, lavori da subito e intanto vai in formazione. Lo abbiamo fatto su tre grosse società dei settori aerospaziale, sviluppo su Java, cyber security. Tre progetto che si sono rivelati di enorme soddisfazione. Ma certo è anche che un’agenzia per il lavoro va dove va il mercato: se vengono chiesti data entry si forniscono data entry. Stiamo ideando un corso per il Gruppo Present che per un grosso Gruppo bancario ha bisogno di formare operatori su un sistema informatico più che obsoleto, ma le persone sono andare in pensione e i server hanno necessità di persone che li facciano funzionare. Quindi un’agenzia va anche dove serve. Ma cerchiamo anche di fare cose futuristiche sul machine learning.
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