Sequestro Mazzotti, le lacrime dei fratelli in aula (i video delle testimonianze)

Il processo In Tribunale la testimonianza di Vittorio e Marina Mazzotti: «Mia madre ha saputo che sua figlia era morta il giorno del suo 50esimo compleanno»

Como

«Mio padre e mia madre erano…». Vittorio Mazzotti si interrompe. Fa un sospiro appena impercettibile. Quindi prosegue... «dire sconvolti…». La voce inciampa. Prova a resistere, ma non ce la fa. Si commuove: «Vuole fermarsi?» chiede il presidente della Corte d’Assise. Per un interminabile minuto il silenzio avvolge l’aula del Tribunale di Como, dove a processo sono tre dei presunti esecutori materiali del rapimento di Cristina Mazzotti. La sorella di Vittorio.

Vittorio, il fratello di Cristina Mazzotti. Video di Paolo Moretti

Sono passati cinquant’anni, da quel giugno del 1975. Ma non il dolore. Cristina Mazzotti fu la prima donna rapita dalla ’ndrangheta per scopi estorsivi. Uno dei primi rapimenti di quell’epoca di sequestri spesso finiti tragicamente, proprio come avvenuto per Cristina, morta durante la prigionia.

«La notizia che Cristina era morta l’abbiamo avuto l’1 settembre. Una data che non posso dimenticarmi perché era il giorno del compleanno di mia mamma. Compiva 50 anni quel giorno… e ha saputo che sua figlia non c’era più».

«Mia sorella Cristina era la piccola di casa. Era una ragazza molto diligente, brava… Io avevo 11 anni più di lei. Avevamo frequentazioni diverse. La mia era una bellissima famiglia. C’era una grande unione. Mai discussioni violente di nessun tipo: una famiglia serena e ci univa un grande affetto».

Marina, la sorella di Cristina Mazzotti. Video di Paolo Moretti

Chi più di tutti subì il contraccolpo immediato di quella tragedia fu il padre di Cristina: «Rispose alla prima telefonata dove gli chiesero 5 miliardi di riscatto. Lui disse che non era in grado di pagare. Cominciarono a minacciarlo di rimandare indietro la figlia a pezzettini… minacce che lo hanno prostrato, fisicamente e moralmente. Era un uomo giovane e forte, ne aveva viste di tutti i colori, ma non ha sopportato le minacce che gli venivano rivolte. Cristina era la figlia minore, non dico che fosse la beniamina ma c’era un affetto particolare per lei. Queste minacce sono state per lui insopportabili. Si sentì male… Le successive telefonate le ho prese io. Ascoltavo le richieste di questo “marsigliese”…».

Dopo il pagamento del riscatto la famiglia di Cristina sperava che venisse liberata: «Passarono infiniti giorni senza sapere assolutamente niente». Quindi l’1 settembre «mio zio Eolo era andato alla questura di Como per avere informazioni e non tornava. Allora mi misi in auto con mio zio Argiuna, altro fratello di mio padre, per andare a cercarlo e vedere che fine avesse fatto. Incrociammo l’auto di mio zio con la nostra sulla strada che va da Erba a Como… lui scese dall’auto piangendo dicendoci che l’avevano soppressa. Lo seppi così».

Toccante anche la testimonianza di Marina Mazzotti, sorella di Cristina: «Ricordo molto bene» il giorno in cui «ci dissero che Cristina era morta. Ricordo la disperazione dei miei genitori … la disperazione più totale». Quel giorno «i miei genitori si sono messi a letto. E mio fratello ed io ci siamo messi a letto con loro sperando di poterli consolare. Ma c’era poco da consolare».

Commossa dai ricordi, la sorella di Cristina a poi aggiunto: «Mio fratello aveva appena avuto una bambina. La moglie di mio fratello, poverina, viveva anche lei questo trauma… si figuri che per notti e notti cercava la bambina sotto le coperte per paura che qualcuno gliela portasse via». Proprio come successo a Cristina Mazzotti.

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