Prima dei ragazzi formiamo i genitori

Pene più aspre o un’ora dedicata a scuola non risolvono il problema del femminicidio. Occorre coinvolgere tutti nell’educazione al rispetto e alla gestione dei sentimenti

Vorrei poter affermare che, per quanto riguarda la questione di genere - e dell’educazione di genere - esista un approccio univoco, corretto e definito e che le strategie di intervento preventivo siano lineari e facilmente identificabili.

Non credo sia così. Almeno dal mio punto di vista, la questione in gioco risulta decisamente sfaccettata e, dunque, richiede un approccio teorico e metodologico plurimo, uno sguardo complessivo alla complessità.

È necessario un ampio e radicale cambiamento culturale che - a mio parere - non può che passare da un nuovo e differente approccio educativo, da un lavoro pedagogico che attenga a livelli, ambiti e contesti diversificati.

Risulta evidente come occorra educare i “maschi” a riconoscere, esprimere, gestire le proprie emozioni e i propri sentimenti; ed è altrettanto evidente quanto sia indispensabile educare i più piccoli e i più giovani ad accettare i limiti, a tollerare le frustrazioni, a confrontarsi con il “no”.

Questi due aspetti vanno a coincidere con quelli che vengono definiti il codice educativo materno e il codice educativo paterno. Non si sta parlando di “madre” e di “padre”, bensì - appunto - di codici, ovvero di atteggiamenti, di stili pedagogici.

Ogni individuo, donna o uomo, in ogni funzione o ruolo - genitore, insegnante, educatore... - possiede entrambi i codici e dovrebbe metterli in gioco in modo equilibrato e complementare, affinché possa realizzarsi uno sviluppo armonico della personalità di bambini e ragazzi.

Codice materno e paterno

Il codice materno accoglie, comprende, consola; conferma le emozioni, anche quelle spiacevoli, anche quelle negative; offre diritto di cittadinanza anche alla paura, alla rabbia, al dolore e consente di accettarli, conoscerli, rielaborarli. Il codice paterno offre limiti e regole, insegna che non è possibile sottrarsi alla fatica, alla frustrazione; accompagna ad accettare e gestire il fallimento, a tollerare le delusioni e garantisce la trasmissione intergenerazionale dell’etica.

Viviamo in un mondo in cui, da un lato, è presente un’eccedenza di codice materno, in cui tanto, troppo, viene concesso e tollerato, in cui bambini e ragazzi “hanno sempre ragione”, vengono protetti e mai preparati ad affrontare i problemi, le difficoltà, le delusioni, da cui molto spesso sono messi al riparo preventivamente; dall’altro lato, contemporaneamente, la risposta ipotizzata per arginare i fenomeni di violenza di genere è l’inasprimento delle pene, ovvero un’eccedenza di codice paterno a danno già avvenuto, a posteriori, perdendo così di vista l’aspetto educativo, cioè preventivo.

Gli eccessi

L’eccedenza di codice materno produce figli convinti che vi sarà sempre e comunque qualcuno disposto a soddisfare i loro bisogni e i loro desideri, a proteggerli, a garantire loro la felicità e il successo, vissuti come un diritto; origina figli pretenziosi, tirannici, arrabbiati con il mondo frustrante che non li accontenta, che dice loro “no”. L’eccedenza punitiva di codice paterno quando la violenza è già stata agita non educa e non porta con sé progettualità alcuna.

Senza bilanciamento dei codici, i rischi appaiono evidenti, poiché i figli non conoscono e non gestiscono le loro emozioni né il differimento della gratificazione e la tolleranza della frustrazione.

È mio convincimento che soltanto un lavoro pedagogico capillare, profondo e continuativo possa gradualmente modificare la situazione drammatica che sta sotto i nostri occhi; è noto a tutti, infatti, come il femminicidio sia soltanto la punta dell’iceberg delle tante diversificate forme della violenza di genere.

In tutte quelle situazioni in cui si concretezza una qualsiasi di queste manifestazioni violente nel contesto familiare, occorre sempre prestare particolare attenzione a quella che viene definita “violenza assistita” (ovvero la violenza agita dal partner nei confronti della donna madre, cui i figli assistono, spaventati e impotenti, anche per lunghi periodi), poiché questa è generatrice della cosiddetta “catena intergenerazionale”. Esiste, in effetti, una ricorsività, più volte sottolineata in letteratura, rispetto al ripresentarsi dei ruoli di vittima e aggressore di generazione in generazione, a meno che un intervento riparativo (terapeutico e ri-educativo) non giunga a modificare le dinamiche disfunzionali. In questi casi, evidentemente, non si può ormai fare altro che mettere in campo forme di tutela e cura. Ecco perché ritengo indispensabile l’azione educativa preventiva

A mio avviso, per una progettualità autentica e fattiva, occorre anche evitare la polarizzazione fra le due più significative agenzie educative, famiglia e scuola. Il dibattito recente pare essersi incentrato sulle responsabilità della famiglia nei primi anni di vita del bambino contrapponendole all’opportunità di progetti di educazione emotivo-affettiva-relazionale nel contesto formativo.

Non credo esista una dicotomia né una divisione netta dei compiti; occorre ragionare nell’ottica di una società educante, in cui ogni adulto si assuma pienamente la responsabilità pedagogica che gli compete.

A mio parere, dunque, occorre costruire un pro-getto (una visione complessiva “gettata in avanti”, verso il futuro) che riguardi e coinvolga tutti.

Per offrire alle bambine e ai bambini, alle ragazze e ai ragazzi, un positivo percorso di costruzione della propria identità occorre accompagnare per primi i genitori, rendendoli consapevoli della responsabilità educativa sin dalle fasi prenatale e neonatale, quando tutti entrano in contatto con i servizi; potrebbe risultare un’eccellente opportunità per fornire informazioni pedagogiche, suggerimenti e strategie, per offrire la consapevolezza dell’importanza di un confronto nelle diverse fasi evolutive, attraverso incontri, colloqui, opuscoli.

Scuola e famiglia

Questo accompagnamento pedagogico ai genitori non esclude certamente un lavoro altrettanto attento, approfondito, pensato, progettato, attuato in ambito scolastico, che - ricordiamolo - è contesto di apprendimenti plurimi per tutti i bambini e i ragazzi.

Il lavoro nella scuola potrebbe essere attuato non tanto introducendo una specifica materia aggiuntiva, bensì declinando l’educazione di genere in ogni contenuto, atteggiamento, comportamento che l’insegnante propone e offre.

Questi due interventi - quello rivolto ai genitori, precoce e continuativo nel tempo e quello agito nel contesto formativo - potrebbero rappresentare un lavoro pedagogico capillare e diffuso, generatore di un graduale - e indispensabile - cambiamento culturale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

francesco pizzala

1 anno, 4 mesi

Finché avremo gente che finge di non vedere che i ragazzi ( e non solo ) sono bombardati da film violentissimi ( saw tra tutti) , videogames violentissimi ( gta tra tutti ) , telegiornali , YouTube , tiktok intrisi di violenza ( la violenza attrae , genera visualizzazioni , le visualizzazioni generano SOLDI ) . Finché ci sarà gente che non capisce che tale violenza genera disagio alle persone normali , ma tra le persone normali ci sono persone con problemi psichici che vengono slatentizzati da tale violenza che libera il mostro in loro , sarà inutile parlare di genitori , patriarcato e altre cazzate del genere. Occorrono leggi che riportino al pudore di un tempo in cui le scene violente non erano mostrate perché non serviva , si immaginavano . Se non si capisce che i soldi fatte col mostrare violenza stanno devastando le menti più problematiche non otterremo nulla

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enrica vittani

1 anno, 4 mesi

ricordo una frase di moltissimo tempo fa :in un film? Scritta da qualche parte? Vogliamo insegnare ai figli a fare i figli ma chi insegna noi a fare i padri ?Evidentemente non è solo un problema attuale E,V.

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