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Martedì 01 Aprile 2025
«Io ormai comasco. Cosa farà Cesc? Per me resterà qui»
Ludi, ds del Como: «Felice di continuare a lavorare per un progetto che guarda al futuro»
Carlalberto Ludi è stato confermato ds del Como sino al 2028. Quando saranno nove anni di avventura azzurra. Forse il più longevo della storia del Como. Dunque era il momento di bussare al suo ufficio per una chiacchierata anche personale, pur senza scordare la situazione generale. Toc toc.
Buongiorno direttore. Contento della conferma?
E come no? Soprattutto per il fatto che inizierò un nuovo ciclo con questa società.
Nuovo ciclo?
Sin dal primo momento il club aveva parlato di serie A, anche appena seduto al tavolo, dopo la promozione dalla D. E il primo obiettivo, arrivato in anticipo su sette anni stabiliti, contemplava anche la permanenza nella massima serie.
Già, perché come dice Suwarso, la percentuale di squadre retrocesse subito è alta.
Già. L’obiettivo è centrato non solo quando sei promosso, ma quando ti salvi l’anno dopo, perché le incognite sono tante, di approccio, mentalità, contesto. Se ti salvi hai fatto un passo importante di consolidamento. Solo allora si volterà pagina per lavorare al progresso, un possibile nuovo ciclo. E sono molto contento di poterci essere ancora.
Lei ha avuto diverse mansioni, il ds, il dg, ora di nuovo ds, ma con visoni legate non solo all’aspetto tecnico.
Innanzitutto devo dire che vado molto orgoglioso della definizione che ha utilizzato il presidente Suwarso per dare la notizia dell’allungamento del contratto: “Siamo felici di prolungare il contratto di Charlie a Como. Ricopre un ruolo chiave nel collegare tutte le aree del nostro team tecnico—dal reclutamento, allo sviluppo, alla performance, alla strategia e alla prima squadra—garantendo coerenza e allineamento tra i reparti”. Ormai concepire il direttore sportivo alla vecchia maniera non ha più senso. La scelta dei giocatori è una parte, peraltro condivisa. Ma c’è tutto un mondo da gestire per far crescere il progetto.
Di quale aspetto è più appassionato?
Tutti gli mi appassionano. Per esempio essere, se serve, un appiglio per il gruppo al campo. Ci sono sempre, e se serve che parli, io ci sono. Solo se serve però... (ride, ndr).
Ci siamo cascati: avevamo detto “intervista personale”, e siamo qua parlare di calcio...
Vi ho ingannati. Io meno parlo di me, e meglio sto... (ride ancora, ndr).
Va beh, dai. Quanto si sente comasco?
Tanto. Ricevetti una mail da Gandler, mentre ero in un viaggio in Giappone. Lui aveva lavorato all’Inter e credo avesse ricevuto segnalazioni su di me. Ho risposto subito “sì”. Perché ero stato qui da avversario, e ricordo l’impressione di un posto accogliente, bello e poi con tutti che mi raccontavano della moderazione della gente. Un posto dove poter lavorare bene. E poi la riservatezza dei comaschi la sento molto mia.
Quando ha capito che qui si faceva sul serio?
Gandler era stato molto chiaro e gli obiettivi erano ben chiari. E poi, da subito, il metodo di lavoro era molto analitico. Si ragionava molto su quello che si doveva fare per fare step successivi. Però c’è un episodio chiave che mi aprì la mente.
Dica.
Durante il Covid, tutte le società stavano decidendo se e come ridurre gli stipendi dei tesserati, in virtù del fatto che era interrotto il campionato e dunque tutta la attività. Andai a porre la questione, e Suwarso rispose in modo molto sorpreso. Cioè non, ad esempio, «noi confermiamo tutto ci mancherebbe», ma proprio dimostrando la sorpresa nel vedere messa sul tavolo la questione, perchè nel loro approccio tener fede agli impegni presi è cosa naturale, quais scontata. Li capii definitivamente in che società lavoravo.
Quali sono i suoi luoghi del cuore?
Il bar sotto casa, dove mi rilasso, faccio colazione e leggo i quotidiani, una seconda casa per me. Poi un paio di ristoranti dove vengo trattato come la mamma con il figlio. Mi piace ritagliarmi i miei spazi.
Amici?
Quando sono arrivato, Chiara e Diego mi hanno adottato, facendomi conoscere tanta gente. Poi ci sono Mamo e Max che mi hanno fatto conoscere la Como dal lago. Pazzesca. Meravigliosa. Abitando qui faccio fatica a capire le lamentele di chi è abituato a questo luogo.
Lei legge molto e fa continui corsi di aggiornamento e approfondimento, è vero?
Sì, la lettura è il mio hobby preferito. Divoro libri. Alcuni sono di aggiornamento professionale, come adesso “Il gioco di squadra” di Quaglino, o “L’arte di fare domande, quando ascoltare è meglio di parlare”, di Schein. Sennò, sulle letture più generiche, il mio top è “Tu sei il male” di Costantini. mentre non mi è piaciuto “Una vita come tante” di Yanagihara.
E i corsi di aggiornamento?
Ho fatto ovviamente il corso da ds a Coverciano; poi alcuni master : Sport e intervento Psicosociale, in Cattolica, Finance per non finance manager, in Cattolica; Management del calcio in Bocconi; un corso di potenziamento soft skiils con teacher privata e ora sono iscritto a corso di laurea in Sociologia, ancora in Cattolica. Credo che non bisogna trascurare tutti gli aspetti che possono far funzionale un gruppo di lavoro. Vale per il calcio, ma vale per ogni azienda.
Lei va in panchina. Le piace, immaginiamo...
Iniziò tutto con Gattuso, in un momento non facile, in cui bisognava dare segnale di compattezza. E anche quando arrivò Longo, dopo il problematico addio di Gattuso, era un modo per dare appoggio al gruppo da parte della società. Quando è arrivato Cesc ho chiesto se la mia presenza desse fastidio, ma la risposta è stata assolutamente “no”. Io sono contento. Ho i miei riti: non calpesto mai il logo del Como sul prato, accarezzo uno dei bambini schierati, e poi vado verso la panchina. Molti mi chiedono perché vado in panchina se la partita si vede meglio dalla tribuna, ma io credo che vederla lì, a due passi dal gruppo,dal gioco, dai ragazzi, sia il modo migliore per capire le dinamiche, respirare l’aria, capire il vento della partita, e sfruttare certe sensazioni nella gestione settimanale, se serve. Lo spogliatoio è il regno dei giocatori, il mio ufficio è il mio campo, la panchina è il regno dell’allenatore. Su questo non ci piove. Sono contento di condividere i 90 minuti vicino alla staff.. ormai si vede sempre piu spesso in Italia.
Andiamo verso aspetti più tecnici. Com’è Fabregas?
Un fuoriclasse. Uno che sarà più grande da allenatore di quanto non sia stato da giocatore. E mi pare che qualcosina da giocatore l’abbia fatto...
Perché ne è sicuro?
Perché è uno che sa ascoltare e mettersi in discussione, sinonimo di grande intelligenza.
Rimarrà qui?
Non posso parlare per lui, ma nella mia percezione: certamente. È molto concentrato e coinvolto da questo progetto. Assolutamente focalizzato.
Si dice: il suo Como butta via troppi punti.
Siamo in un processo di apprendistato e di costruzione. Non bisogna guardare solo ai punti lasciati sul percorso, ma al lavoro di costruzione che stiamo facendo per avere un gruppo competitivo, giovane e in crescita. Siamo convinti che questo gruppo, con gli stessi giocatori, dopo un anno di apprendimento e collaudo, il prossimo anno farà più punti. Siamo un gruppo nuovo, va dato il tempo per amalgamarsi ai giocatori, a capirsi, a commettere qualche errore, ma tutto in funzione di una crescita. Guardiamo lontano, non solo al presente. Credo che di questo ci vada dato atto. Un minimo di tempo per sistemarci va concesso. E poi, come metodologia, siamo un gruppo di lavoro che non rimugina su quello che non ha funzionato, ma lavora dal giorno successivo per eliminare gli errori.
Questo Como potrebbe avere punti in più. Cosa risponde a chi dice che la squadra ha gli stessi punti di società che spendono meno?
Dico che abbiamo lavorato con profondità per far si che il prossimo anno il Como possa avere più punti, pur senza fare rivoluzioni in estate.
La partita che le è rimasta qui?
Quella di San Siro con il Milan. Giocare così davanti a 70mila spettatori, non è stata una cosa banale. Meritavamo sicuramente di più.
Lei dice: il ds vecchio stampo non c’è più. Come funziona il mercato al Como?
Ci sono tre piani di lavoro che si interfacciano. Quello dei dati numerici, quello dello scouting e quello della valutazione fatta da Cesc (e il suo staff), me, Roberts E Mark Fledderus, altro membro importante del nostro gruppo di lavoro . Non importa da quale piano parta la segnalazione di un giocatore, l’importante è che si intreccino i dati e le valutazioni di questi piani di lavoro. Certo, se i dati sono negativi, i giocatore non arriva. Si lavora su dieci giocatori per ciascun ruolo.
E’ vero che in futuro comprerà casa a Como?
Eh, i prezzi sembrano quelli di Miami... (ride, ndr). Ma se capita l’occasione giusta, perché no? Qui ora mi sento a casa.
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