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Cronaca / Como città
Venerdì 28 Febbraio 2025
«Mia madre tra i desaparecidos
Io in Argentina per testimoniare»
Più che di responsabilità penale è questione di memoria. A questo servono i processi per “lesa umanità”, non tanto, o non solo, a stabilire responsabilità personali ma a scrivere e a tramandare brani di storia, come racconta Sofia Borri, 49 anni, manager milanese tornata in questi giorni nella sua Argentina – la nazione che le ha dato i natali – proprio per deporre nell’ambito di un procedimento istruito contro un gruppo di venti ex militari accusati di essere stati coinvolti nell’operazione che nel febbraio del 1978 comportò il sequestro e la sparizione della madre di Sofia, Silvia Susana Roncoroni, e di tre sue amiche delle quali non si seppe più nulla, così come più nulla si seppe dei circa 30mila desaparecidos sequestrati, torturati e uccisi sotto la dittatura di Videla.
La mamma di Sofia faceva l’architetto. Per sfuggire agli uomini del regime si era rifugiata con lei a Mar del Plata, dividendosi dal marito per proteggere la bimba. Sofia fu riconsegnata alla sua nonna paterna pochi giorni dopo il rapimento, ma di Silvia, che all’epoca aveva 35 anni, non si seppe più nulla.
«Dall’Argentina – racconta Sofia, che vive a Milano da una vita – la nonna mi portò in Brasile, dove ritrovai papà che era riuscito a fuggire, e da lì, ottenuto dall’Unhcr lo status di rifugiati, finimmo da esiliati prima in Svezia e poi, definitivamente, in Italia». Fu un ritorno, perché Silvia Susana Roncoroni, la mamma di Sofia, aveva sangue comaschissimo; entrambi i nonni erano migrati poco più che bambini da Olgiate. Il bisnonno si chiamava Leone Valli, e faceva il costruttore: «Continuò a farlo anche in Argentina, contribuendo tra l’altro anche alla costruzione della cattedrale di La Plata».
«Di mia madre non ho saputo più nulla - continua Sofia -. Di sicuro, dopo essere stata arresta, fu condotta al centro di detenzione che si trovava nella base della marina militare di Mar del Plata, un centro clandestino, come clandestino fu tutto il sistema di repressione di quegli anni, quando gli oppositori venivano portati via dalle loro case di notte con auto prive di targhe da soggetti senza uniforme né segno alcuno di riconoscimento. Gli imputati di questo processo, uno dei tanti istruiti negli ultimi vent’anni, sono ufficiali che lavoravano con ruoli di responsabilità all’interno di quella base e che per questa ragione non potevano non sapere. Sono tutti molti anziani, in qualche caso già condannati per altri fatti, molti agli arresti domiciliari e comunque mai presenti in aula, dove assieme ai giudici e ai testimoni siedono soltanto i loro difensori, che peraltro intervengono pochissimo. Non bisogna pensare al classico dibattimento - prosegue Sofia -. Sono processi con un alto contenuto simbolico, attraverso i quali lo Stato argentino riconosce l’esistenza di un sistema di repressione, di quel progetto di annullamento e tortura che fu riservato a tutti gli oppositori del regime militare di quegli anni. La deposizione può rivelarsi molto difficile, dolorosa, a molti tra i familiari che vengono convocati riesce difficile capire che lì davanti, sul banco degli imputati, non c’è per forza l’uomo che fisicamente ha torturato o ha ucciso... Occorre tenerne conto anche in sede di deposizione; io, su suggerimento dell’avvocata che per conto dello Stato ha raccolto le testimonianze che hanno consentito l’apertura del processo, ho cercato di portare in aula la mia storia, le conseguenze che il rapimento di mia madre ha comportato per la mia vita, a cominciare dal dramma dell’esilio e dello sradicamento. È stato importante essere lì in quell’aula tutti assieme con un’altra ex bambina che quella sera di febbraio perse lei pure sua madre. Ed è stato anche un modo per ridare voce alla mia».
Sofia, che un anno e mezzo fa fu anche ospite di TedX Lake Como, a Villa Erba, sulla storia della madre ha realizzato un podcast che si intitola “Figlie”.
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