(Foto di Zenon Mirota /wikimedia commons)
La storia “Il Book Club della Cia” racconta la rete che portò milioni di volumi proibiti nell’Europa dell’Est a fine ’900. Con quei titoli si alimentò il dissenso contro l’Urss, facendo della cultura un alleato per porre fine alla Guerra Fredda
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In principio fu un libro. Era la versione polacca, stampata a Parigi, di “1984”, il capolavoro di George Orwell. Un romanzo bandito dalla censura comunista che arrivò a Varsavia su binari notturni, nascosto nel soffitto di una toilette, grazie a una rete clandestina di intellettuali ed editori. In quelle pagine una cerchia di universitari riconobbe le analogie del proprio Paese con l’Oceania, la sua neolingua e il suo bipensiero, giungendo alla conclusione che Marx avesse torto e bisognasse rovesciare il regime.
I libri e la letteratura diventarono così il lasciapassare verso la libertà e l’arma vincente della Guerra Fredda, più letale di burro e cannoni. Questo convincimento percorre il saggio di Charlie English, “Il Book Club della CIA” (Marsilio), nella traduzione di Anita Taroni e Stefano Travagli. Una storia di coraggio, contrabbandieri e carta, di macchine da scrivere e manoscritti proibiti che circolavano clandestinamente dopo essere entrati nella Polonia degli anni Settanta con ogni mezzo, sotto il naso dei servizi segreti dell’Sb.
Un’offensiva letteraria propiziata dall’intelligence americana che intuì la vulnerabilità culturale sovietica e, mescolando fondi neri e denaro pulito, foraggiò la creazione di biblioteche itineranti al di là della Cortina di ferro. L’obiettivo? Sabotare e scardinare il comunismo dall’interno inondando l’Est europeo dei testi di Pasternak, Miłosz, Brodsky, Arendt, Camus, Vonnegut, Roth e Havel perché, per citare George Minden, il direttore dell’operazione, «la verità è sempre contagiosa». I libri consentirono a migliaia di dissidenti e prigionieri politici di sopravvivere senza impazzire: aria fresca nel fetore della dittatura. Il volume di English si snoda intorno a cinque protagonisti. Mirosław Chojecki, uomo di scienza, divenne editore clandestino fondando “Nowa”, la più grande casa editrice indipendente del Blocco sovietico.
Subì quarantatré arresti, il sequestro delle macchine da stampa e il pestaggio dei suoi tipografi. Non alleggerì di un grammo la propria missione, svolta in un Paese in cui la censura esercitava una sorveglianza paranoica, presidiando ogni angolo della vita pubblica. Persino per comprare una risma di carta serviva il timbro dello Stato. Se i nazisti bruciavano i libri in piazza, i comunisti li facevano abortire. Gli unici tollerati dovevano intonarsi alla «logocrazia» del Partito che manipolava la realtà e svuotava il lessico quotidiano.
Contro l’oppressione linguistica agì George Minden, architetto del programma segreto dei libri della Cia. Persuaso che «il nemico da abbattere fosse la camicia di forza intellettuale imposta da Mosca», volle controbilanciare «l’ottundimento culturale sovietico» con un’offensiva del «libero pensiero e dell’informazione accurata» nelle «nazioni prigioniere». Circa dieci milioni di volumi e duecento milioni di dollari complessivi sostennero un’invisibile rete internazionale che si estendeva da Praga a Vladivostok, solcando anche le rotte dal Mar Baltico al Mar Nero. I testi transitavano «nei porti scozzesi, dove attraccavano i pescherecci, nei tornei di basket in Francia e ai concerti dei cori polacchi in tournée a Londra», intercettando «le masse affamate di notizie».
Il terzo attore è Jerzy Giedroyc, il fondatore di Kultura: leggendaria rivista dell’esilio polacco a Parigi e presidio culturale per l’opposizione democratica in Polonia, la cui fioritura editoriale incrinava la censura. Le idee libere tenevano in vita la fiammella della società civile, e la società civile il sogno dell’indipendenza. Un lavorio sottotraccia e pericolosissimo. Non fu vano. La prova arriva nell’agosto del 1980, quando al cantiere navale Lenin di Danzica, vetrina e vanto del Partito, si accese il primo focolaio della rivolta. Lo sciopero divampò in una sollevazione nazionale. Nacque Solidarność, il primo sindacato indipendente e movimento di massa del Blocco orientale: esigeva la legalizzazione dei sindacati, la liberazione dei prigionieri politici e l’abolizione della censura.
Insieme al movimento, salì sulla scena Lech Wałęsa, carismatico elettricista con i baffi a manubrio e un destino da leader. L’inchiostro trovò poi un alleato nelle frequenze di Radio Free Europe, che rilanciava le notizie in Occidente rinvigorendo il morale dei polacchi.
Tuttavia, dopo sedici mesi, un colpo di Stato calò il sipario sulla neonata libertà. Molti paventavano l’invasione dei carri armati del Cremlino. Il 13 dicembre 1981 fu invece il generale Jaruzelski a occupare il proprio Paese, dichiarando lo stato di guerra, imponendo la legge marziale e trasferendo il potere nelle mani di una giunta militare. Il dissenso fu represso con la violenza e la stampa perseguitata. La polizia segreta bussava alle porte per trascinare via le persone nel cuore della notte; il coprifuoco e le perquisizioni scandivano giornate apocalittiche.
Ciononostante, la giornalista Helena Łuczywo riuscì a fondare “Tygodnik Mazowsze”, opponendo il coraggio dell’informazione ai blindati e ai fucili. I fogli della testata - voce ufficiale della clandestinità, con oltre 80mila copie vendute - viaggiavano cuciti nei cappotti e riparavano tra le tavole dei pavimenti, depistando spie e informatori a libro paga del regime. L’opposizione arrancò, ma non sfiorì, presentandosi puntuale all’appuntamento nel fatidico 1989. Ancora una rivolta, ancora scioperi a macchia d’olio : una nuova generazione si coagulò intorno a Wałęsa. La tregua tra popolo e autorità aprì la primavera e il pluralismo, annunciando elezioni parzialmente libere e la fine della repressione. La stampa e l’editoria uscirono dall’illegalità. La stessa Łuczywo varò la “Gazeta Wyborcza”, il primo quotidiano indipendente del Blocco orientale. Il 4 giugno, le urne decretarono il successo di Solidarność e l’apparato totalitario iniziò a vacillare.
Quello stesso giorno, mentre a Varsavia si festeggiava, a Pechino un’altra feroce dittatura comunista soffocava nel sangue il medesimo anelito di libertà che l’inchiostro polacco era riuscito a salvare.
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