McCurry e i bambini: immagini di una vita

A Fermo fino al 4 maggio l’esposizione dedicata al grande fotografo nelle sale di Palazzo dei Priori. Cinquant’anni di scatti a minori in ogni parte del pianeta dalle situazioni più serie a quelle più paradossali

Una delle foto più iconiche del XX secolo ritrae una giovane ragazza afgana avvolta da un velo color ruggine, dallo sguardo intenso e vivace, che fissa lo spettatore con occhi smeraldo. Se fossimo al cinema la definiremmo un’immagine in grado di bucare lo schermo.

Non per nulla, chi la scatta ha studiato cinematografia alla Penn University: Steve McCurry (born in the U.S.A. nel 1950), uno dei fotografi più noti e premiati, ma anche più facilmente identificabili. Fotografo di strada (e di guerra), negli ultimi anni ha raccolto le immagini di una vita di scatti sui bambini, dando vita ad una mostra dal titolo “Steve McCurry. Children”, a Fermo fino al 4 maggio nelle bellissime sale di Palazzo dei Priori, curata da Biba Giacchetti.

Dal gioco al lavoro

Quasi cinquant’anni di scatti in ogni parte del pianeta, «dalle situazioni più serie a quelle più divertenti, o paradossali – come spiega la curatrice. Dal gioco al lavoro minorile, dalla scuola alla solidarietà, ovvero una porta verso la libertà, che per McCurry passa attraverso l’alfabetizzazione e la capacità di leggere».

Il messaggio che emerge dalle immagini è che, a tutte le latitudini, i bambini sono bambini e trovano condizioni di positività: un’identità che attraversa paesi e latitudini, espresso in modo naturale. Come negli ambienti di guerra, dove ci può essere gioia anche in un gruppo di bambini che cavalca come un cavallo un obice, un pezzo d’artiglieria. Solo i bambini sono in grado di trasformare strumenti di morte in strumenti di gioco.

Le immagini del fotografo americano sono dense. Di colore, certamente; di composizione; ma anche di significati e di impatto emotivo. Figure che vanno spesso oltre la loro rappresentazione grafica nelle quali, spesso, lo sguardo del soggetto fissa il fotografo, e quindi chi guarda. Sono loro a guardare noi. Un tratto distintivo, come nella foto della ragazza afgana.

Foto iconica

Viene scattata nel 1984, quando McCurry si trovava nel campo profughi di Nasir Bagh a Peshàwar, a nord del Pakistan e a due passi dal confine con l’Afghanistan, invaso dai russi nel dicembre del ’79. Vicende note, vien da dire proprio di questi tempi (altri anni, però, e altri contesti). Attratto dalle voci che escono da una tenda, vi entra: una scuola femminile improvvisata. Scatta alcune foto ai volti incuriositi da quello strano personaggio. Uno di questi scatti è perfetto: nel giugno del 1985 diventa la copertina del National Geographic. Una delle tante curiosità legate a questa copertina, tuttavia, è che inizialmente venne scelto un altro scatto, dove la ragazza si copriva in parte il volto con le mani; fu l’editore Bill Garret (1930-2016) ad optare per quella che McCurry definì “LA foto”.

Anche nota come la “Monna Lisa afghana”, la sua storia non si conclude nel 1985; oltre diciassette anni dopo, nel 2002 il reporter ritornò in Pakistan per ritrovare la ragazza, rimasta fino ad allora sconosciuta. La incontrò dopo intense ricerche, sposata e con tre figli, trasferitasi nella regione montuosa di Tora Bora, in Afghanistan: Sharbat Gula. Nacque così un nuovo scatto, associato ad una nuova copertina del National Geographic (aprile 2002); l’innocenza del suo volto è scomparsa, segnata da anni di guerre, ma la profondità dello sguardo è rimasto tale. Arrestata nel 2015 in Pakistan con la pretestuosa accusa di possesso di documenti falsi, Sharbat Gula riuscì a salvarsi grazie allo stesso McCurry, che denunciò pubblicamente l’ingiustizia dando il via a una influente campagna mediatica. Dopo diversi anni, nel 2021 è venuta in Italia nel contesto del programma governativo di evacuazione dei cittadini afghani.

“Bambini del mondo. Ritratti dell’innocenza” è anche un libro (Mondadori, 2021) di 140 scatti. Con oltre 3 milioni e mezzo di follower su Instagram, la popolarità di McCurry non deriva solo dalla raffinatezza tecnica delle sue immagini, ma dalla narrativa evocata da numerosi dei suoi attimi rubati allo scorrere del tempo.

Il biglietto (9€) include l’ingresso al circuito museale della città, fra cui la mostra “Rinascimento a Fermo” (fino al 4 maggio nella stessa sede).

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