«Mi svegliavo con il magone
Poi i libri mi hanno salvato»

L’intervista ad Alberto Garlini, scrittore di poesia e prosa, che affronta tematiche sociali e politiche. Un ritratto razionale per ripercorrere i suoi romanzi e gli eventi che hanno indotto le scelte letterarie

Alberto Garlini, autore poliedrico, ci ha regalato nel corso degli anni una produzione letteraria variegata e intensa. Dai romanzi che indagano le profondità dell’animo umano, alle raccolte di poesie che catturano la delicatezza dei sentimenti, fino ai saggi che affrontano tematiche sociali e politiche, Garlini si conferma un autore capace di spaziare tra generi diversi, sempre con una prosa raffinata e una sensibilità acuta. Per analizzare il suo percorso e il senso della sua opera, lo abbiamo incontrato...

Garlini, lei ha scritto molto. Ma che tipo di lettore è?

Un lettore onnivoro, mi piace di tutto. Non ho puzza sotto il naso, e forse nemmeno libri feticcio. Dipende dall’umore, dalle ossessioni del momento.

Ha messo da parte la laurea in Giurisprudenza per dedicarsi alla letteratura. Quanto è stato difficile prendere questa decisione?

Andavo a fare pratica negli uffici legali e ogni mattina mi svegliavo con il magone. Certo ero depresso per tante cose, ma una era certamente che avevo scelto un corso di studi che non era fatto per me. Nella vita si sbaglia, ho sbagliato. Non si può accontentare tutti e scontentare sé stessi, poi il corpo reclama una sua compensazione.

Il suo romanzo “Fútbol bailado” è una rilettura degli ultimi trent’anni di storia italiana attraverso le vicende di un estremista nero, di un poeta-regista di fama mondiale, di un fuoriclasse del calcio e di un adolescente problematico. Come le è venuta questa idea?

Credo mentre giocavo a calcio da ragazzino. Mi dicevo: tutta questa vita non può andare persa. Con gli amici facevamo proprio i “Futbol Bailado”, cioè partire anarchiche in giro per l’Italia. Da adulto, si è definita quando, studiando Pasolini, ho visto che il luogo dove era stato ucciso era a fianco di un campetto di calcio. Pasolini amava il calcio, lo considerava era una forza anarchica capace di racchiudere il senso della vita, comprese utopie e distopie. Insomma, un certo giorno mentre ero in vacanza al mare, tutto mi tornava. Dovevo solo trovare uno spazio narrativo per raccontare quella storia.

Da dove nasce la scelta si sperimentare il genere giallo con “Il fratello unico. Un’indagine di Saul Lovisoni”?

Dopo “La legge dell’odio” ho vissuto un periodo di grande crisi sia creativa che morale. Ero stato attaccato per aver dato voce a un fascista, quando tutti dovrebbero sapere che comprendere non significa giustificare; sono molto bravo ad auto colpevolizzarmi, e questo all’epoca mi rendeva insicuro, incapace di pensare veramente a una storia. Ero preso dalla sindrome dell’impostore, come se quasi cinque anni di studi e tre di scrittura non mi avessero dato un titolo per fare un’impresa del genere. Avevo scritto un romanzo tremendo, una specie di thriller, che per fortuna è ancora nel cassetto, e mi sentivo ogni giorno più arido e disilluso. La letteratura, la mia grande amica, era diventata una nemica. Per uscirne avevo un’unica strada, tornare a essere il ragazzino che leggeva con la torcia sotto le coperte, completamente affascinato dalle storie. Quel ragazzino leggeva gialli, la mia passione per la lettura nasce proprio da questo genere. Quella sensazione di puro divertimento, quella sensazione di gioia senza secondi fini, mi ha accompagnato nella scrittura di del fratello unico, che per me è stato una forma di terapia.

Quali sono i meccanismi che caratterizzano il giallo europeo rispetto alla tradizione anglosassone?

Forse gli anglosassoni sono più legati alla trama e alla struttura, mentre i continentali sono un po’ più introspettivi, affini al colore locale e più liberi rispetto alla storia. Poi ci sono sostanziose similitudini tra anglosassoni e continentali, Nesbo per esempio potrebbe essere anglosassone, così come per certi versi Carrisi.

Nei suoi romanzi spesso personaggi reali convivono con altri immaginari. È una sua scelta ben precisa?

Non ho nessun progetto a tavolino, mi limito a notare che molti miei romanzi trattano della storia italiana recente, cercando soprattutto di scoprire le parti in ombra, quelle sconosciute. Come se cercassi una sorta di genetica dell’attualità, con l’idea che sono proprio i geni nascosti sono quelli che più gravidi di futuro. In “Futbol bailado” ho usato la metafora del calcio, in “Tutto il mondo ha voglia di ballare” il centro del romanzo erano degli inconsueti anni Ottanta, nel “Sole senza ombra”, le tv commerciali e la contestazione del ‘77. Insomma, mi piace capire cosa agisce nel nostro presente, di quali sfumature di senso storico siamo ancora carichi.

Il suo ultimo libro “Il canto dell’ippopotamo” pubblicato da Mondadori, emerge con forza la figura del grande poeta Pierluigi Cappello…

Pierluigi era uno spirito mozartiano. Vedeva il bene e la gioia nella vita; amava guardare i bambini giocare, i ragazzi fischiettare. Per lui la poesia era un modo di volare nella pura bellezza. E gli riusciva facile: ho conosciuto pochi poeti in grado di scrivere versi belli come i suoi. Ma la poesia vista in questo modo era anche un’arma a doppio taglio, o forse un rifugio. Si paragonava a Machiavelli, che all’albergaccio passava la giornata con i villici a bere e giocare, poi la sera indossava i vestiti migliori e si dedicava alla letteratura. Non a caso, la sua seconda stagione poetica è un racconto della vita nella sua complessità: non solo la bellezza formale, ma anche la meschinità, la fragilità e la miseria dell’uomo. Lui sapeva che non esiste bellezza vera se non riesce a raccontare, o inglobare la vita per come è, con anche tutta la sua negatività.

La bellezza non può essere solo la foto di un tramonto sul lago, ma deve stare anche laddove non c’è pace, dove c’è conflitto, contrasto e perfino violenza.

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