Ansa Press Release
Giovedì 27 Febbraio 2025
"Ali o radici", un emozionante viaggio interiore tra appartenenza, memoria e identità in movimento
La letteratura è il luogo privilegiato della contraddizione , della tensione tra opposti che si intrecciano senza mai risolversi del tutto. L’oscillazione tra due poli, tra la leggerezza del cielo e il peso della terra, si fa metafora di un’intera esistenza tra il bisogno di appartenenza e l’irresistibile spinta verso l’altrove.
“Ali o radici” , l’opera autobiografica di Claudia Bider per il Gruppo Albatros il Filo , si costruisce attorno a un’antitesi apparentemente inconciliabile: il desiderio di volare e la necessità di restare. Se il desiderio di radici, infatti, rimanda alla stabilità, alla continuità di un’identità che si sedimenta nel tempo, le ali evocano il movimento, la fuga, quasi il rifiuto di una dimora definitiva o di una definizione univoca di sé. L’autrice si interroga su quale di queste due tensioni prevalga nella costruzione della propria identità , senza tuttavia offrire una risposta definitiva: già il titolo suggerisce un confronto, ma non una scelta.
La tensione tra stabilità e movimento si riflette anche nella struttura narrativa dell’opera: il tempo assume una forma frastagliata , quasi erratica, specchio di un’identità in perenne ridefinizione. Il racconto si muove attraverso l’alternanza tra un passato in giro per il mondo e un presente ormai più stabile, tra ricordi che affiorano e riflessioni che ne rimettono in discussione il senso. Non una progressione ordinata, ma una serie di frammenti che si accendono e si spengono, evocati da un dettaglio, da un’emozione, da un’immagine del presente che richiama alla memoria un istante del passato. Claudia Bider nasce a Manila e trascorre i primi anni di vita in un hotel di lusso nel caldo delle Filippine, poi cresce tra il Kenya, l’Oman, la Bolivia e la Svizzera, terra natale dei suoi genitori. Da bambina, il mondo è una mappa senza confini , il corpo e la lingua si devono adattare, ogni volta, a un nuovo clima, a nuovi suoni, a nuovi gesti. Persino il tempo non è mai stabile: è il tempo di chi parte e arriva, di chi osserva il mondo senza mai sentirlo del tutto proprio.
L’autrice racconta che, crescendo, non ha smesso di avere il desiderio di viaggiare . L’Asia diventa il teatro del suo esilio volontario, la fuga da un matrimonio finito e da una definizione troppo fissa di sé. Le strade di Bangkok, i treni dell’India, i templi di Luang Prabang, i battelli sul Mekong: ogni luogo prende vita davanti ai nostri occhi, un tentativo di conoscere e di trovare brandelli di sé per arricchire il proprio mosaico identitario. E poi Aosta , il presente. Una casa luminosa tra le montagne, il tempo scandito dalle campane, la natura che invita a rallentare. Ci si sistema accanto all’autrice per un caffè sul balcone, si osserva il teatro romano, si immagina di scalare ogni cima, ma allo stesso tempo si piantano pomodori, si raccolgono fiori di sambuco, si impara il rituale del caffè italiano. Ma la domanda rimane: si appartiene a un luogo perché lo si sceglie, o perché il luogo ci sceglie ? Il viaggio non ha mai una meta definitiva, solo tappe provvisorie lungo il cammino dell’essere.
Eppure, la geografia dei luoghi fa da contraltare a quella dell’anima. Il senso di estraneità che emerge nei viaggi diventa cifra esistenziale per Bider, per cui il mondo è vissuto come una sequenza di luoghi attraversati, di cui si assorbe qualcosa e da cui si è sempre, in parte, esclusi.
L’ ipotesi dell’appartenenza , tuttavia, non viene mai scartata del tutto. Si cerca una patria, ma la patria, più che un luogo, è un’idea sfuggente, una proiezione della memoria. L’Aosta del presente potrebbe sembrare una risposta a questo vagabondaggio identitario, una tregua dopo anni di movimento. Ma ci si può davvero fermare? L’illusione del radicamento esiste fino a quando non si avverte la sensazione sottile di essere ancora altrove, anche tra le mura domestiche. Gli oggetti, i rituali quotidiani, il paesaggio, tutto sembra rimandare a qualcos’altro, come se ogni spazio fosse solo una tappa intermedia.
La letteratura ha spesso esplorato questa condizione liminale: l’Ulisse moderno non cerca più Itaca , ma la possibilità di un ritorno impossibile . L’identità non è un punto fermo, ma una continua negoziazione tra ciò che si è stati e ciò che si potrebbe essere. Il testo si muove in questo spazio ambivalente, tra il desiderio di appartenere e la consapevolezza che ogni appartenenza è parziale, che ogni casa è solo un riflesso di tutte le altre. Forse la vera appartenenza non sta nel trovare un luogo, ma nel riuscire ad abitarne molti senza smarrire sé stessi.
Un elemento rilevante e di grande interesse del libro sono gli incontri con altri viaggiatori o con persone del luogo: in una stazione, in India, incontra una donna con cui avrebbe condiviso non solo un tratto di strada, ma anche una porzione significativa della propria vita; un’esperienza simile la vivrà in Canada, durante un soggiorno linguistico in cui emergeranno la pluralità dei modelli culturali e delle diverse percezioni dell’intimità e della socialità. Poi, ancora, con un viaggiatore bloccato in Laos o con una coppia che la ospita in Toscana. Questi momenti si sedimentano, diventano parte di una riflessione più ampia sul senso di casa. Quando, anni dopo, l’autrice sceglie Aosta come punto di stabilità, non è perché ha smesso di essere viaggiatrice, ma perché ha riconosciuto che il radicamento non dipende solo dai luoghi, ma dalle connessioni che si creano.
La prosa di “Ali o Radici” è intima, avvolgente , carica di immagini sensoriali: l’odore dei frutti tropicali nelle Filippine, il vento secco dell’Oman, il freddo tagliente della Svizzera, la polvere che si solleva nelle strade di Bangkok. Ogni dettaglio fisico è la traccia lasciata dai luoghi nel corpo e nella mente. Il registro è essenziale ed evocativo , capace di restituire con precisione la stratificazione emotiva di ogni esperienza. La scrittura sembra avere una funzione quasi terapeutica , perché diventa lo spazio in cui l’autrice può ricomporre il mosaico di un’esistenza frammentata.
Questa modalità di narrazione richiama, per certi aspetti, il modo in cui W.G. Sebald fa emergere il passato attraverso dettagli minimi e apparentemente casuali: un profumo, un suono, un’immagine improvvisa che riattiva la memoria. L’attenzione agli oggetti, ai gesti quotidiani, invece, fa pensare alla sensibilità di Georges Perec, per il quale ogni frammento di vita vissuta è un pezzo di una storia più grande, da leggere tra le righe di ciò che si conserva e ciò che si dimentica. Ma qui non c’è il rigore catalogante di Perec, quanto piuttosto una fluidità narrativa che segue il ritmo del pensiero. Il viaggio, poi, è un confronto continuo tra il sé e l’alterità, una riflessione su quanto di noi rimanga nei luoghi che abbiamo abitato e quanto, invece, si perda per sempre, un’idea che riecheggia anche nelle pagine di Claudio Magris.
“Ali o Radici” è un'interrogazione sull’appartenenza che non si risolve in una dichiarazione definitiva, piuttosto si dispiega come un’oscillazione costante tra ciò che ci lega e ciò ci spinge via, tra la volontà di radicarsi e la tensione di conoscere, scoprire, scoprirsi. Forse l’errore sta nel credere che l’appartenenza sia un punto d’arrivo, una condizione che si acquisisce e si trattiene. Ma l’identità non si costruisce per accumulo, non è fatta di certezze incise nella pietra, bensì di continue riscritture , di adattamenti , di frammenti che si ricombinano. La stabilità non è un luogo, né un passaporto, ma la capacità di esistere tra i passaggi, tra le pause, tra gli incontri che ci modificano.
Se la ricerca di un centro non porta mai a un’unica risposta, è perché, in fondo, non esiste una sola strada per appartenere . A volte, l’unico modo per sentirsi parte di qualcosa è accettare di non esserlo mai del tutto.
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